Forse è stato un processo del tutto naturale, 

il mio inconscio ha dato all'infelicità una forma determinata,

una forma che può essere riconosciuta e combattuta.

Se esiste qualcuno a cui consigliare assolutamente questa raccolta di storie "lovecraftiane", e insieme decisamente classiche e debitrici a Poe e Maupassant, è quel tipo di amico che guarda i film horror senza mettere a fuoco i personaggi, ma lo sfondo. Quel genere di persona dalla mente incredibilmente brillante che ama perdersi nell'atmosfera, che desidera affondare, immergersi almeno per qualche tempo nei colori e nelle forme illuminate in modo molto selettivo – e quindi paurosamente ambiguo – delle scenografie, nelle zone d'ombra disegnate dal fotografo di scena.

Michele Penco ci offre i suoi Incubi in modo prima cinematografico – se guardiamo alla sceneggiatura, da film in bianco e nero, rigorosamente; quindi pittorico se osserviamo la sua tecnica. Senza esitazione possiamo affermare che le sue tavole più belle (per esempio a pagina 30, La Città sull'Oceano) ricordano i quadri di un Casorati, di un De Chirico o le forme nude e profondamente inquietanti di un Giorgio Morandi. Penco lavora a china con tratto materico, solido, volumetrico e fauve, persino futurista. Forse lo stile deve ancora maturare e ci sono alcune legnosità, oltre a una limitata fisiognomica dei personaggi, ma la composizione dei suoi paesaggi e la narrazione sono qualcosa che si trova difficilmente nel fumetto di moda, per così dire.

…la città in passato doveva aver vissuto un periodo di opulenza,

eppure, adesso, ovunque mi girassi, c'era solo desolazione.

Ecco che la sinergia vera è fra atmosfere e storie, quattro, che stupiscono per essere scarne, nude, sceneggiate su strutture e invenzioni elementari. Classiche e forse persino prevedibili per gli habitué dell'orrore. Tuttavia non si perde un'oncia di paura, perché questa giustapposizione di crudezze lavora come una serie di ottiche collocate in fila, in cui l'effetto finale è aberrante e insieme assai reale, percepibile, fisico. L'essenziale opera potenziandosi mano a mano che, come i protagonisti tutti maschili (ci sarà un perché?!?), scendiamo nell'allucinazione dell'inconcepibile, nelle cantine frequentate da pittori maledetti o nelle case abbandonate in seno alla campagna. E veniamo aggrediti o dobbiamo essere costretti a uno spettacolo fatale. Ovunque non si sfugge ai propri fantasmi, ma si rimane testimoni di un male cosmico a cui non è data soluzione. Non è tanto il fantastico a reggere la scena (alla Dino Battaglia, per capirci), ma il difforme, lo stravolto, il mostruoso nella loro veste più aliena e nemica di ogni simmetria, anche fosse pure quella oppositiva.

Certo era pazzo, ma era anche un grande pittore.

Non so che fine abbia fatto, 

e sinceramente non lo voglio sapere.

Incubi è un fumetto di ambiente, un viaggio visuale nella rarefazione delle sensazioni e della paura nel suo stato più caratteristico: ossia la solitudine di fronte alla minaccia. Ripeto, non troverete intrecci complicati, o sistemi simbolici che seducano la voglia di terrore, non troverete psicologie contorte o brutalità splatter, troverete semplici cronache di terrore, accompagnate da testi – anche graficamente ben formati, curatissimi – e da panneli, come nel film muto, occasionali black out sia fra un racconto e l'altro, sia all'interno delle storie.

Ho la netta sensazione che si tratti

di qualcosa di totalmente estraneo alla mia persona.

Qualcosa che non ho mai sperimentato da sveglio,

né da dormiente.

Troverete tutta l'ansia che potremmo avere di fronte a dipinto o a un paesaggio che ci opprime, per quanto non si riesca a capire bene perché. 

La condizione umana, semplicemente orribile. 

Quindi un gran bel fumetto.