Mario Bava esordisce alla regia nel 1960 con quello che viene considerato il primo horror italiano della storia del cinema. Per la sua opera prima prende spunto dal racconto di Gogol, Il Vij. La geniale sceneggiatura di Ennio De Concini e Mario Serandrei fa in modo che di Gogol non rimanga nulla.

Trama: Due scienziati russi diretti a Mosca attraversano un bosco che nasconde una cappella abbandonata. Al suo interno trovano una strega impietrita. Svegliata involontariamente dai due uomini, la fattucchiera assetata di vendetta è determinata a compiere una serie di atroci delitti.

Perché vederlo: Pellicola rivoluzionaria realizzata dall’insuperato maestro degli effetti speciali che ispira il cinema di Dario Argento, Lucio Fulci, John Carpenter, Joe Dante e Tim Burton, impiantando inoltre il germe dal quale si svilupperanno lo splatter e il gore. Il film nasce sulla scia dei successi Hammer, ma Bava non si limita ad imitare gli stilemi propri del cinema dell’orrore, crea invece una dimensione singolare, onirica e fantastica che gioca con insistenza con l’oscurità e quindi con il doppio necessariamente insiti in ognuno dei personaggi. Bava raccoglie il dileggiato cinema horror e attraverso una regia ispirata lo rivaluta, creando un capolavoro in cui la narrazione fluida ed elegante è sostenuta dall’altissimo valore tecnico della messa in scena. La fotografia è ovviamente curata dallo stesso Bava che utilizzando un forte contrasto tra bianco e nero fa di ogni fotogramma un’opera gotica di inarrivabile bellezza. Il macabro delle atmosfere è enfatizzato oltre che dalle luci anche attraverso la scarna scenografia di Giorgio Giovannini e dal rincorrersi dei rumori della natura trasportati dal vento. Il racconto comincia in maniera cruda e violenta, incorniciata da nudi alberi morti, si spiega l’esecuzione della strega Vadja, con una scrupolosa descrizione della spietatezza di quell’atto. Sadicamente la maschera chiodata - costruita da Eugenio Bava, padre di Mario - si avvicina lenta e inesorabile al volto della fattucchiera, sconcertando e impressionando. Si continua poi a narrare in un crescendo di orrore e morte in cui ogni scena è inquadrata da una diversa prospettiva. A spaventare maggiormente però non è tanto la ferocia mostrata quanto l’impossibilità di distinguere il bene dal male. E l’angoscia arriva paziente a intaccare l’animo dello spettatore, lasciando poi spazio ad un terrore sotterraneo che trova pieno appagamento nella violenza. Barbara Steele, bellissima e inquietante nel ruolo della strega, riesce nel difficile compito di farsi sia vittima sia carnefice. Gli occhi sgranati pieni di paura e il ghigno malefico carico di disprezzo catturati da sapienti primi piani, la sua espressione a metà tra timore e rabbia, le permetteranno dopo questo ruolo di diventare l’icona del gothic horror per eccellenza. La maschera del demonio è uno dei capolavori del nostro cinema che mantiene immutato nel tempo il suo fascino feroce. Insomma un film imprescindibile per gli amanti del genere.

Curiosità: Bava volle che durante le riprese tutti i tecnici e gli operatori vestissero di nero per dare il meno possibile spazio alla luce e avere così solo diversi gradi di buio.