Ami il cinema e la scrittura. In che modo il cinema ha influenzato il tuo modo di scrivere?

Il punto di partenza è stato il cinema. Mi sono laureato al DAMS e ho proseguito gli studi in quel campo. Sapevo che non sarebbe stato facile ma non immaginavo quanto. Avere diretto tre film, sebbene indipendenti, credo sia già un buon traguardo. Il problema è che le storie che vorrei raccontare sono molte ma molte di più di quanti film potrei mai girare, a meno che il sistema italiano non cambi. E mentre attendo che avvenga questa rivoluzione, preferisco esprimermi attraverso altri canali. Qualche storia ha trovato vita a teatro, altre sono diventate racconti; ciò che le accomuna è che, davanti all’idea iniziale, il mio primo pensiero è sempre: “Ah, sarebbe bello farci un film”.

La tua raccolta nasce con un’introduzione di Lamberto Bava. Che peso ha avuto per te a livello simbolico e professionale rapportarti con un personaggio così centrale nell'horror italiano?

Il legame con il cinema era evidente già dal titolo, 5 biglietti per un drive-in. Per me, si trattava di dieci storie che mi sarebbero piaciute se viste sul grande schermo. Lasciare che le introducesse un regista di fama internazionale e, soprattutto, specializzato nel cinema di genere, mi pareva la scelta più ovvia. Lamberto Bava è, senza dubbio, uno dei maestri dell’epoca d’oro del nostro cinema bis ma è anche il figlio biologico di Mario Bava e io penso che l’horror italiano, almeno al cinema, sia figlio spirituale di Mario, motivo per cui ho guardato con riverenza a chi quel sangue lo ha davvero dentro e, quando ha accettato di scrivere una prefazione, ne sono stato lusingato.

Dopo l’esperienza con un editore come Cut-Up Publishing hai scelto di testare l’autopubblicazione su Amazon. Cosa volevi capire davvero facendo questo passaggio?

Da un lato, penso che se un editore sceglie di investire tempo e denaro su un’opera, questo è già garanzia di una soglia minima di qualità, che un’autopubblicazione non ti può dare a priori. Dall’altro, avevo letto molte opinioni a favore del self-publishing e contro i preconcetti. Perciò, ho voluto testare con mano. Sicuramente è vero che tramite Amazon KDP si ha un accesso senza intermediari ai report, la rendicontazione è quasi immediata, il versamento certo, oltre ad altre condizioni favorevoli per l’autore. In più c’è la massima libertà perché nessuno mette bocca sulle scelte, a partire da titolo, copertina e prezzo, e quindi il libro è di chi scrivi al cento percento. Ma questo è anche il limite, perché uno scrittore non è un grafico né un correttore di bozze. Oltre al problema che, essendo un servizio senza costi di partenza, l’offerta si è saturata immediatamente. Ad ogni modo, mi auguro che possa servire a fare sparire tanto gli editori a pagamento quanto le cattive abitudini di alcuni editori non a pagamento, in modo da lasciare in piedi solo quelle realtà editoriali dove professionalità e correttezza non sono mai mancate.

La casa dell’oblio e Il gabinetto del Dottor Güt Alan sembrano muoversi in territori molto personali. Quanto contano per te questi testi rispetto a quelli nati per contesti come antologie e riviste?

La casa dell’oblio e Il gabinetto del Dottor Güt Alan sono due testi molto diversi tra loro. Uno è il copione teatrale di uno spettacolo horror, portato in scena per la prima volta nel 2021; ha un taglio più drammatico e serioso, che potrebbe ricordare The Others di Amenábar. Il secondo, invece, nasce come soggetto per un film d’animazione, grottesco e satirico; lo avevo proposto ad Alberto Genovese, per il quale avevo già scritto Resurrection Corporation, e successivamente ho deciso di trasformarlo in una novella illustrata, un finto libro per l’infanzia. Sono due lavori molto più liberi rispetto ai racconti per antologie collettive, dove bisogna sempre rispettare dei paletti di lunghezza, genere e tema.

Hai pubblicato racconti su riviste, fanzine e antologie molto diverse tra loro. Cosa ti interessa di più di questi spazi?

Avevo letto che, alla sua morte, George A. Romero aveva da parte quaranta, cinquanta sceneggiature pronte ma ancora inedite. Ho pensato che se persino Romero ha accumulato così tante storie senza riuscire a portarle al pubblico, chissà quante delle mie resteranno in un cassetto. Perciò ho cominciato a tirarle fuori e a dare loro la forma del racconto. Essere inserito in una pubblicazione collettiva, piuttosto che in una raccolta personale, mi offre la possibilità di confrontarmi con altri autori, conoscere nuove realtà editoriali e, di riflesso, farmi conoscere da una cerchia più ampia.

C’è un filo tematico che unisce le tue opere audiovisive e da scrittore?

Sono sempre occasioni per comunicare con il mondo. Nella vita quotidiana, c’è tanto che vorrei dire e che, spesso, finisco per tenere per me. Raccontare una storia è anche un modo per sfogarmi, intrattenendo l’altro. La narrazione viene sempre al primo posto, altrimenti non ci sarebbe l’ascolto. Però questa non esclude assolutamente la possibilità di dire ciò che penso: per esempio, che la stupidità è un grosso problema per la democrazia. Cerco, ovviamente, di non diventare monotono nei temi trattati, e anche nelle forme. Ciò non toglie che un fruitore attento saprà individuare a chi appartiene una data visione della vita e della società.

Come vivi il rapporto con il genere horror e fantastico oggi?

Fin da bambino sono stato attratto da mostri, dinosauri e tutto ciò che è meraviglioso. Anche oggi il bizzarro mi stuzzica più dell’ordinario. Eppure leggo e guardo opere di ogni genere – ho proprio la necessità di scoprire – e, anche quando scrivo, mi muovo a seconda dell’esigenza del momento: magari un regista mi ha commissionato un soggetto strappalacrime. Perciò non amo essere ingabbiato in una definizione rigida. Eppure mi capita, assai di frequente, di essere presentato come “un regista di film horror”, quasi ci si mettesse con le mani avanti. Lo si fa giusto con l’horror e con la pornografia. Non mi è mai capitato di sentire qualcuno presentare un autore come “un regista di commedie” o “un regista di drammi sentimentali”. Mi piace l’horror, ma non mi rivolgo unicamente al suo pubblico.

Guardando al tuo percorso, ti senti più uno scrittore che fa cinema o un autore cinematografico che scrive narrativa?

Mi sono formato per diventare un regista e ciò ha comportato studiare un poco di tutto: riprese, montaggio, scrittura, anche recitazione. Non perché un regista debba occuparsi direttamente di ogni aspetto, ma perché ha necessità di dialogare con i vari reparti. Durante questa gavetta mi sono reso conto di essere portato per la sceneggiatura ed è stato quasi automatico continuare a scrivere, sia per me che per altri. Il passaggio successivo, invece, non è stato così immediato, perché la scrittura per il cinema è molto diversa da quella letteraria. Lo script non è destinato al pubblico, è un manuale delle istruzioni per la troupe: deve essere pratico, non emozionante. Invece quando scrivi per il lettore non basta esporre un fatto per coinvolgerlo; non mi metto a piangere, né a ridere, se leggo un articolo di cronaca. Sono serviti anni per apprendere come creare immagini e ritmo con le parole.

Dopo tante esperienze diverse, cosa senti di non aver ancora esplorato davvero come autore?

Mi piacerebbe scrivere fumetti. Credo che sia l’arte che si avvicina maggiormente al cinema, anche più del teatro. Tra l’altro, come la letteratura, il fumetto non ha limiti di budget e permette di dare libero sfogo alla creatività. Forse solo l’intelligenza artificiale darà, se usata adeguatamente, la possibilità ai registi indipendenti di non arretrare con la fantasia davanti alle ristrettezze economiche. Comunque, o con un mezzo o con l’altro, l’importante è raccontare.