Puoi raccontarci come hai maturato la passione per la scrittura?

Ho imparato a leggere da solo quando avevo cinque anni. Ho divorato tutto quello che mi è capitato sotto mano, letteralmente qualsiasi tipo di libro. Un giorno, ai tempi del primo anno del liceo, ero a letto con l’influenza. Come al solito stavo leggendo, e a un certo punto mi è venuto in mente che potevo anche provare a scrivere qualcosa io, e ho inventato un breve racconto nel quale, se ricordo bene, i miei compagni di classe volavano su caccia da combattimento, o qualcosa di altrettanto inverosimile. L’ho portato a scuola e fatto leggere. È piaciuto. Da quel momento non ho mai smesso. Anche se prima di riuscire a mettere insieme qualcosa di decente, e soprattutto prima che imparassi a terminare le storie che iniziavo, ci sono voluti anni.

Ti muovi tra vari generi letterari, in quale ti senti più a tuo agio?

Sicuramente l’horror, che da bambino mi terrorizzava. È un genere che amo, che conosco bene, del quale ho imparato tutti i “trucchi”, le regole, gli stilemi, i significati, le sfumature i sottogeneri e le metafore. Ma in senso più generale direi il Fantastico nelle sue più varie accezioni. In tutte le storie che ho scritto, anche quelle apparentemente più “normali” c’è sempre un elemento fuori posto, qualcosa di strano, di surreale, di grottesco, di incomprensibile. Anche quando si tratta di una semplice storia d’amore.

Puoi raccontarci i tuoi ultimi lavori?

Al momento ho pubblicato un libro con un editore indipendente, NullaDie. Si intitola UNASTORIADAMORE, scritto tutto attaccato, e racconta la vita di una coppia che viene sedotta dalla bellezza (o dalla follia, chi lo sa) dell’amore virtuale, quello a distanza, fatto di chat, di foto, di struggenti attese e fuggevoli incontri. Ma col passare dei mesi, e poi degli anni, quel gioco diventa un’ossessione, diventa il senso stesso della loro relazione, la trasforma in un rapporto totalizzante basato solamente sull’assenza, sulla speranza di un ritorno e sullo struggimento di infinite separazioni. Una relazione che lentamente erode ogni cosa, senza lasciare spazio più a niente e a nessuno se non a sé stessa.

Nel versante horror invece uscirà tra poco in ebook per Delos Digital il seguito di UPA, un romanzo breve che è stato il mio maggior successo, e che è un horror classico con tanto di spettro misterioso (ma le sue origini sono molto più complesse di così) che infesta un vecchio palazzo alla ricerca di corpi da possedere. Proprio come nella migliore tradizione delle pellicole dell’orrore ho pensato a un sequel, che riprende gran parte degli elementi fondanti della storia e ne moltiplica l’effetto. La creatura che si nasconde nelle ombre degli appartamenti vuoti ricomincerà a vagare. E chissà, forse la sua storia non è ancora finita.

Hai esperienze anche con piccole case editrici, che ne dici di raccontarci come si lavora con loro?

Nella mia ristretta esperienza devo dire di essermi sempre trovato bene. Sia dal punto di vista lavorativo che umano, cosa che a questi livelli diventa forse la parte più importante. Professionalità e attenzione non sono mai mancate, tanto che continuo a pubblicare quasi sempre e quasi solo con editori o associazioni magari piccole, piccolissime, ma con le quali ho un feeling particolare (e qui ci tengo a ringraziare Alessandro Iascy, editor fedele, che mi ha sempre dato fiducia e continua a darmela). Inoltre, scrivendo principalmente per hobby non ho necessità di apparire sempre e dovunque, non ho obiettivi che devo raggiungere per forza, e posso permettermi di mettere il divertimento personale come primo obiettivo.

Certo è che lavorando “in piccolo” le possibilità di essere conosciuti sono poche, così come i mezzi che si hanno a disposizione per spiccare (spazi nelle librerie, distribuzione, etc). Ma questo non credo sia una prerogativa esclusiva dei “piccoli”. Anche con i “grandi” conti qualcosa solo se vendi molto e subito, se hai già un tuo pubblico o se qualcuno ti spinge molto, se crede in te. Altrimenti sei “uno dei tanti”, un esperimento, un tentativo. Se va, va. Altrimenti in tre settimane scompari. Addio.

Quali sono i testi che ti hanno formato?

Come detto, da piccolo leggevo qualsiasi cosa mi passasse sotto mano. Ma i miei due grandi amori sono stati Stephen King e il Dylan Dog di Tiziano Sclavi. Tutto il resto, anche autori che ho amato alla follia, sono venuti dopo, e sono una conseguenza più o meno diretta di questi due primi innamoramenti che hanno condizionato ogni mio rapporto successivo sia con la scrittura che con la lettura. Da ragazzino sognavo di essere il nuovo King. Poi per un lungo periodo ho sognato di essere il nuovo Sclavi. Poi di nuovo King. Poi un po' l’uno e un po' l’altro, mischiati insieme. Oggi mi accontento di essere semplicemente me stesso.

Quale romanzo consiglieresti a un nuovo lettore per conoscere in toto la tua poetica o i tuoi punti cardine come autore?

Questa è una bella sfida, in quanto – a parte quando scrivo del mio primo amore, l’horror – ogni testo che metto insieme è diverso dal precedente. Sia nei contenuti che nello stile. Scrivermi addosso non fa per me, così come non fa per me scrivere all’infinito la stessa storia. E contrariamente a quanto molti pensano (ma come invece diceva, neanche a dirlo, proprio King) quella che conta davvero secondo me deve essere la storia, e non l’autore, che deve sparirci dentro e lasciarle tutto lo spazio. Io ho scritto fantasy, horror, romanzi fantastici d’ambientazione storica, un giallo, un romance, una storia per ragazzi, libri surreali, fantascienza, cyberpunk, un romanzo d’amore, fumetti, e anche commedie teatrali in dialetto veneto.

Quindi cosa consigliare? Personalmente adoro i miei ultimi due libri, “I mostri” e “Unastoriadamore”, che sento miei al cento per cento, e più personali. Se qualcuno volesse leggermi, li indirizzerei lì. Riguardo agli horror “puri”, ho un debole per “Villa Velasco”, che amo moltissimo per la sua ambiguità. E amo altrettanto la quadrilogia scritta per Heroic Fantasy Italia dove appaiono quattro famose o famigerate donne del passato: Artemisia Gentileschi, la contessa Bathory, la strega di York e Enheduanna (sacerdotessa sumera nonché prima poetessa della storia dell’umanità).

Hai mai pensato all'uso della violenza nella narrativa di genere? Secondo te può essere uno strumento di analisi?

Da appassionato dell’horror, sono sempre stato “educato al buon uso della violenza”. Credo infatti che uno dei poteri più grandi di questo genere sia proprio la possibilità di veicolare messaggi importanti, universali, umanissimi, con enorme potenza e impatto anche grazie all’uso di una violenza ragionata, non gratuita, che diventa metafora, messaggio, presa di posizione. I migliori horror ti insegnano lezioni importanti (l’ultimo film che ho visto, “Bring her back” è una bellissima metafora sui danni di un lutto mancato, sul male che porta alle persone il non riuscire a venire a patti col passato, non essere in grado di lasciarlo andare), e lo fanno prendendoti a calci nelle gengive. Dopo di questo puoi essere certo che la lezione non te la scorderai.

Quindi ben venga la violenza “sana”: un colpo d’ascia in fronte a volte vale a volte più di mille parole.