Tae-suk gira la città cercando case dove stabilirsi temporaneamente in assenza dei proprietari. Un giorno, mentre è alla ricerca di una nuova sistemazione, incontra Sun-hwa, una ragazza che subisce maltrattamenti casalinghi e che il marito tiene prigioniera. I due si innamorano e Sun-hwa decide di seguire Tae-suk nella sua vita errabonda, che si interrompe quando lui viene rinchiuso nella prigione di stato a causa di una denuncia, così lei è costretta a tornare dal marito violento. Quando Tae-suk viene rilasciato…

Ferro 3 è la mazza da golf meno utilizzata, la troviamo a inizio film trascurata e nascosta nella sacca. Ma è anche, sembra suggerirci il regista, quella che bisognerebbe provare a usare più di tutte le altre perché può aprire le porte delle abitazioni e quelle del cuore.

Tae-Suk non dice una parola per tutto il film eppure esprime e racconta tantissime cose a chi lo sa ascoltare (vedere?) e la stessa Sun-hwa pronuncerà le sue due uniche sillabe solo a fine vicenda, in uno dei momenti più intensi della recente storia cinematografica.

Quando le parole diventano violenza si può solo rispondere con il rumore del silenzio e con il potere del sorriso, un sorriso che Tae-suk (uno stupefacente Hee Jae) riesce a opporre anche alle torture più umilianti.

Come possiamo, noi di HorrorMagazine reclamare anche un solo metro di questa pellicola? La risposta è nella sostanza ectoplasmatica che abita gli angoli del film. Tae-suk e Sun-hwa sono fantasmi inconsapevoli, luci d’amore la cui natura, modi e scopi sono diametralmente opposti a quelli del comune poltergeist: riparano e aggiustano (gli oggetti ma anche le vite degli abitanti delle case) invece di distruggere, scompaiono piuttosto che apparire, restano silenti invece di frastornare, portano amore al posto dell’odio.

Inevitabile che certa critica, quella che magari non apprezza il successo di pubblico di un regista che prima era solita coccolare abbia parlato di film meno violento e pessimista rispetto ai precedenti di Kim Ki-Duk, di scelte “occidentali” e positive per attirare più pubblico rispetto all’intransigenza del passato: sarà anche così ma non ci interessa, non ci può interessare se tale processo di avvicinamento alla speranza ci porta un tale capolavoro che brilla con intensità unica in questo grigio 2004.

Impossibile elencare tutti i momenti importanti di una pellicola che sembra composta esclusivamente da punti salienti senza cadute di tono. Indelebili nella memoria il percorso carcerario che porta Taew-suk finalmente prima all’invisibilità e infine all’incorporeità: gli uomini gretti e meschini non possono più vederlo e nemmeno più ferirlo, le percosse non provocano alcun dolore. Altrettanto stupefacenti alcuni episodi finali quali l’incontro dei due amanti letteralmente “attraverso” il marito di lei o l’attimo nel quale anche voi, noi, tutti potremo capire che l’amore, quello vero, rende più leggeri di una piuma.

Ferro3 è ennesima riprova di una vitalità del cinema orientale che riesce a operare con leggerezza e profondità ormai sconosciute all’emisfero occidentale in preda a una crisi profonda e senza visibile via di ripresa nel futuro prossimo. Diamo 5 stelle su 5 ma sappiate che fra questo film e quelli cui abbiamo assegnato 4 su 5 c’è un divario molto, molto più grande di una sola stella…

Siamo tutti case vuote

e aspettiamo qualcuno

che apra la porta e ci renda liberi.

Non è dato sapere se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà.

Kim Ki-Duk