Il prossimo 6 maggio uscirà The Prime Mover (Code666), il disco della band post industrial black-metal, Control Human Delete.

La band si forma nel 2001, nascendo come collaborazione tra esseri umani accomunati dagli stessi interessi musicali e dalle stesse intenzioni: esplorare i limiti musicali, in cerca delle più estreme emozioni che una musica fredda e scura possa garantire.

Nel 2003 esce il risultato dei primi sforzi dei Control Human Delete, dal titolo Error Spectre, mentre nel 2006 la band firma un contratto con la Code666, per rilasciare il primo full-lenght dal titolo Terminal World Perspective: il lavoro esce nel 2007 e viene accolto positivamente dal mondo musicale. Negli anni che seguono, la band include in line up una seconda chitarra e un batterista, ma le cose non vanno molto bene: i due nuovi arrivati lasciano presto la band, e i Control Human Delete rimangono nuovamente in quattro. Il risultato? The Prime Mover, che segna un nuovo punto d'inizio nel percorso della band: evoluzione, è questa la parola d'ordine sulla quale i quattro hanno deciso di investire. 

New Replicators si apre con un silenzio protratto per 10 secondi, interrotto da suoni ferrosi e macchinosi, che occupano la scena per quasi un minuto: un suono doloroso e nucleare, introduce una voce filtrata presumibilmente da una radio, mentre un agghiacciante battito cardiaco si fa spazio. Compaiono chitarra, batteria e synth, in un tortuoso vortice ritmico coinvolgente, nel quale si presenta anche la voce, con le peggiori intenzioni possibili: un growl pungente e impeccabile, grida diabolico e acido, mentre gli strumenti incalzano e si intensificano nel sound. Scoppia un blast beat, esplode la scena musicale, che si trasforma in caos armonico con le tastiere a rendere il tutto più epico, o forse, folle. Il pezzo, sul finire, si fa più elettrico, con pizzichi di synth malati e insani, mentre l'atmosfera si calma da un punto di vista ritmico: la conclusione? Un rumore indefinito e indefinibile, al quale si riallaccia Transporter, che, fin dai primi secondi di vita, si dimostra un brano più pulito, se possibile, rispetto al predecessore: la presenza del synth si fa sentire a gran voce qui, dove il cantato aggredisce continuamente l'ascoltatore assieme alle chitarre corrosive e ai suoni non ben definibili, che squarciano i cieli dei Control Human Delete come meteore impazzite. Il pezzo è interessante da ogni punto di vista, ma lascia aperto un interrogativo fondamentale: siamo impazziti a considerare questo mostro musicale gradevole o in effetti lo è? 

Continuous Data (part 1) dimostra subito la propria follia, sintetizzandola in suoni allucinogeni e spaziali, quasi: il pezzo suona come un'invasione aliena nefasta e incomprensibile. Al comparire della voce in growl, le stranezze sonore si mantengono, mentre una chitarra corposa e spinosa, sancisce l'atmosfera e il mood musicale: un mostro che si avvicina, proveniente da un altro pianeta, percorre la strada verso l'ascoltatore, con ampi passi possenti, ma ovattati nel suono. A metà brano cambiano tutte le dinamiche, il ritmo si invigorisce, toccando punte di blast beat, le chitarre suonano spietate, ma piacevoli, la voce stride, graffia, tutto si dimena nel territorio della follia; sul finire del pezzo, delle voci diaboliche gridano a profusione, infondendo una sensazione di inquietudine e nausea, mentre le tastiere danno sfogo alla propria pazzia. In questo contesto, si avvia Continuous Data (part 2), con ritmi e sonorità deliranti, sanciti da convulsioni sonore e sintetizzatori fuori controllo: è difficile spiegare il susseguirsi di sensazioni che si possono trarre da questa esperienza mistico-musicale proposta dai Control Human Delete. Sicuramente la follia è la regina indiscussa dell'intero lavoro, una follia che pietrifica impedendo di interrompere l'ascolto: sembra di essere caduti a piedi uniti nello spartito perduto di Erich Zann. Sul finale un incubo di dimensioni maestose rincorre a grandi passi l'ascoltatore, con un sottofondo musicale diabolico e pronto a insistere sul tasto della schizofrenia, forzandolo a tenere gli occhi chiusi e a continuare così quel viaggio alienante e nefasto: d'un tratto il silenzio, interrotto solo dalla eco di suoni poco rassicuranti. 

L'inizio di Shapeshifting è stabilito da una tastiera che suona incessante e suoni piuttosto particolari incastonati su di essa. Il brano prende poi vita al comparire degli altri strumenti, presentandosi più lineare: un ritmo scandito e danzereccio, quasi, si alterna a tappeti di blast beat agghindati di plettrate sulle sei corde, dinamiche e piacevoli, mentre un coro di voci potenti e cariche di energia, gridano possenti. A circa metà pezzo incombe uno stacco musicale piuttosto interessante, fatto di synth, drum machine e basso, zittito paradossalmente dal ritorno di fiamma musicale, caotico e demoniaco. Una nota di merito al finale, dove lo spazio è affidato alla voce che grida dolorante e instancabile.

La chitarra avida di dolcezza che conquista la scena di Eart-Like Behaviour dà l'impressione di essere immersi fino al naso in una vasca piena di aceto: brucia e corrode i timpani, collaborando con il growl e con una batteria convulsiva; a tratti, nel ritmo, somiglia quasi a una marcia funebre, per poi cambiare personalità, toccando picchi impazziti di noise: negli ultimi minuti di vita, un blast beat insano accoglie il riff principale, dove tutti gli strumenti sfogano le proprie energie. Nonostante il caos generico, la voce suona bella e maestosa, e tuttavia pulita nella sua linea di growl.

Chiude il lavoro Recurrence, un brano introdotto da sonorità industrial, fatte di synth e ritmi schizoidi: il brano è piacevole da ascoltare, più pulito rispetto agli altri e piuttosto particolare. Le sonorità industriali tornano poi sui passi del black metal, indurendosi e incupendosi: a circa metà brano, uno stacco musicale lascia la scena in pugno a una voce che recita, su di un sottofondo musicale spaziale e privo di gravità, prima dell'esplosione di blast beat caotica e delirante. Sul finire il pezzo torna sui propri passi, riproponendo le sonorità elettroniche, piacevoli e lineari. 

The Prime Mover è un lavoro caotico, in senso positivo, ma che a tratti suona un po' troppo monotono: l'assenza di una vera batteria si fa sentire, la drum machine suona vuota e spersonalizzata, e non rende debito merito alla tecnica solitamente protagonista nel black metal. Non è certamente un lavoro che si apprezza facilmente, né facile da apprezzare anche in minima parte, tuttavia, per poterlo scorrere fino in fondo, è necessario ascoltarlo in maniera continuativa: spezzare l'incantesimo per poi cercare di rattopparlo, non funziona. Una volta entrati nel mondo di The Prime Mover, mettere un piede fuori per poi cercare di accedervi di nuovo, sarà un fallimento: il disco sarà inascoltabile. Rimanendovi invece costantemente immersi, l'ascolto risulterà simile all'esperienza di una trance, sgradevole, in alcuni tratti, all'udito, ma troppo additiva per tornare indietro. Un giudizio coerente e lineare risulta impossibile da ponderare, e per capirne il motivo è necessario immergersi nell'ascolto di questo strano, rumoroso e bizzarro lavoro, firmato Control Human Delete.