Il weird spesso rompe le regole della logica, quanto è importante per te lasciare il lettore disorientato invece che rassicurato?
- Per me il disorientamento è fondamentale, ma non dev’essere mai gratuito. Il
lettore non è stupido: se affronta un testo weird, accetta già un patto. Sa che
sta varcando una soglia e, di solito, si aspetta una di due cose. O un caos
immaginifico che lo trascina fino allo smarrimento, oppure un percorso più
riconoscibile, un binario narrativo che però, una volta giunto in fondo, lascia
dietro di sé più domande che risposte. Io tendo a preferire questa seconda via, o comunque quella terra di mezzo in cui il lettore crede di avere capito, salvo poi scoprire che gli manca sempre qualcosa. Mi interessa quella sensazione di “vedo e non vedo”, di intuizione abortita, di verità sfiorata appena con la punta delle dita. È lì che, secondo me, il weird lavora meglio: non quando frantuma tutto senza criterio, e nemmeno quando si mette a spiegare troppo, ma quando rimane addosso al lettore come
un odore, come una macchia che non va via. Quando l’ultima riga non chiude
davvero nulla e la storia continua a vivere, a deformarsi, dentro chi l’ha letta.
C’è un’immagine o una scena che consideri il nucleo più disturbante della tua
produzione?
- Sì: più che una scena precisa, parlerei di un’immagine che ritorna, quasi un
nucleo visivo sepolto sotto tutto il resto. È l’idea di qualcosa di antico e
smisurato che affiora appena dentro la realtà ordinaria, senza concedersi mai
del tutto. Una figura intravista dove non dovrebbe esserci, una geometria
impossibile sul fondo di una stanza, una presenza che non invade apertamente il
mondo ma lo incrina. E, da quella incrinatura, comincia a passare altro. Il centro
della mia produzione sta molto lì: nell’universo nato dagli scritti di H. P.
Lovecraft e poi ampliato, deformato, approfondito da tutti quegli autori che
hanno continuato a interrogare i Miti di Cthulhu. Ciò che mi disturba davvero,
però, non è il mostro in sé, né la sua apparizione piena. È l’attimo in cui capisci
che la realtà ha una crepa, e che da quella crepa filtra qualcosa che non puoi
contenere, né comprendere fino in fondo.
Quanto ti influenzano autori come H. P. Lovecraft o Thomas Ligotti nella costruzione dell’orrore?
- Per me Lovecraft e Ligotti agiscono in due punti diversi, ma entrambi decisivi.
Lovecraft è la matrice: l’idea che l’orrore non sia soltanto mostruoso, ma
cosmico, sproporzionato, indifferente all’uomo. Ligotti, invece, mi influenza più
nella temperatura dell’orrore: meno cosmologia, più corrosione interiore; meno
rivelazione, più stillicidio. In lui trovo un orrore filosofico, malato e teatrale. Mi
interessa molto questo doppio movimento: da una parte l’abisso esterno,
dall’altra la putrefazione della percezione
Preferisci suggerire l’orrore o mostrarlo in modo esplicito e viscerale?
- Preferisco una via di mezzo.
Mi interessa suggerire l’orrore, farlo filtrare piano, lasciare che il lettore lo senta arrivare prima ancora di vederlo davvero.
Allo stesso tempo, quando una scena chiede sangue o violenza, non mi tiro indietro.
Non amo però la brutalità fine a sé stessa. L’orrore, per me, funziona meglio quando alterna ombra e carne, allusione e ferita. Probabilmente è un mio limite difatti, molti colleghi e amici ci riescono benissimo.
Nei tuoi racconti il male ha una forma precisa o tende a restare indefinito e
incomprensibile?
- Per buona parte della mia produzione il male resta indefinito, ma difficilmente
del tutto incomprensibile.
Non mi interessa che abbia sempre un volto netto o una sagoma da catalogare.
Preferisco che agisca per tracce, per piccole incrinature che all’inizio sembrano
quasi trascurabili.
Però non lascio mai tutto nel buio assoluto: goccia dopo goccia, segreto dopo
segreto, qualcosa si rivela sempre.
Mi affascina quel punto in cui il lettore non possiede ancora la verità intera, ma
ne avverte il respiro sul collo.
È lì che il male diventa, per me, davvero efficace: quando resta sfuggente, ma
abbastanza vicino da sembrare reale.
Parlami delle tue pubblicazioni e delle esperienze editoriali che hai vissuto.
- Le mie esperienze editoriali sono state piuttosto variegate, e in fondo credo sia
normale per chi attraversa la piccola editoria di genere.
Ho avuto collaborazioni con riviste digitali e cartacee, accanto a percorsi più
strutturati, fino a contratti editoriali più impegnativi.
Ci sono stati momenti molto stimolanti e altri più faticosi, con alti e bassi che
fanno parte del mestiere.
È un ambiente vivo, appassionato, ma non privo di attriti, attese e qualche
inevitabile disillusione.
Proprio per questo ogni esperienza, anche la più accidentata, mi ha lasciato
qualcosa di utile sul piano umano e professionale. L’anno prossimo arriveranno delle novità e, forse, già quest’anno potrebbe esserci anche il mio primo passo nel self publishing.
L’orrore oggi rischia di diventare prevedibile, come si può ancora sorprendere davvero il lettore?
- Secondo me l’orrore sorprende ancora quando smette di fare il compitino e
torna a incrinare la realtà, non soltanto a inscenare il mostro.
- Nel 2026 l’horror italiano mi sembra più vivo di quanto si dica, soprattutto nei
circuiti indipendenti e di ricerca, da fiere più strutturare come Marginalia e
Oblivion a Festival del Perturbante come Pontederry.
- Questo mi dice una cosa semplice: il genere non è scomparso, si è addensato nei margini, dove spesso trova più libertà e meno manierismo.
- Anche i premi e contest confermano che il fantastico italiano continua a
muoversi.
- Sul piano editoriale vedo un’altra tendenza utile: la serialità di collana e la
continuità.
- Ma il punto decisivo, per me, è un altro: l’horror italiano funziona davvero
quando smette di imitare l’estero e torna a infestare i nostri luoghi, la nostra
storia e il nostro lessico.
- Per sorprendere il lettore, allora, non serve per forza alzare il volume dello
splatter: serve trovare un’immagine, una voce o un contesto che sembrino
nostri e insieme sbagliati.
- Quando l’orrore riconosce la provincia, la cronaca, il folklore o la storia e poi li
torce appena, lì smette di essere prevedibile e ricomincia a fare male.
- In più, il lettore medio oggi è spesso più attento, più allenato, più esigente:
riconosce in fretta i meccanismi usurati e difficilmente si lascia impressionare da
un semplice accumulo di effetti.
- Proprio per questo, a volte, è la semplicità a sorprendere davvero più di
qualsiasi spettacolarizzazione.
Ti è mai capitato di censurarti durante la scrittura per non oltrepassare un limite, oppure credi che il weird debba essere sempre radicale?
- Sì, mi è capitato di frenarmi, ma non per fare il moralista di me stesso: più che
altro perché anche l’eccesso fa il giro e diventa monnezza.
Non credo che il weird debba essere radicale per forza; credo debba essere
efficace, che è molto più difficile e molto meno glamour.
Se una scena supera il limite ma non aggiunge nulla è come un arredamento
molesto.
Insomma, ogni tanto mi censuro, sì, taglio dove sento odore di posa.
Se dovessi descrivere il tuo modo di intendere l’horror con un’immagine, quale sarebbe e perché?
- Direi questa: una stanza perfettamente normale, quasi dimessa, in cui sul fondo, nell’angolo meno importante, compare una geometria che non dovrebbe
esistere. Una semplice crepa silenziosa dentro il reale.
È lì che riconosco il mio modus, nel momento in cui il mondo resta
apparentemente lo stesso, però smette di obbedire alle sue regole.
Mi interessa quell’istante in cui capisci che qualcosa sta filtrando da dietro la
realtà, senza mostrarsi del tutto.
Perché, per me, il perturbante più efficace non è quello che ti violenta il cervello
è quello che trapela, si lascia intuire e poi ti resta addosso.











