Emanuela Cocco, editor freelance e autrice, vive a Roma. Ha scritto per il teatro e per la televisione, come autrice e come critica. Ha fondato e dirige la scuola di scrittura Scrivere di notte. Cura “Degrado rivista”. Tu che eri ogni ragazza (Wojtek) è il suo primo romanzo. Trofeo (Zona42) la sua ultima storia.

Intervista

1.Qual è stata la tua principale fonte di ispirazione per entrare nel mondo
della scrittura e dell'editoria freelance?

Il percorso è stato lungo e tortuoso ma anche appassionante. Ho iniziato con la sceneggiatura per fumetti, poi sono passata alla drammaturgia teatrale, poi alla sceneggiatura delle fiction televisive e alla critica della serialità italiana per l’Osservatorio della fiction Italiana, nel frattempo però mi sono formata come editor e consulente letterario, ma continuavo a scrivere per il teatro, e a scrivere un romanzo, che poi ho cestinato, e anche analisi del film (mia altra grande passione) e saggi brevi di critica letteraria. Alla fine però quello che volevo era scrivere basta e occuparmi di scrittura e così ho esordito con il mio primo romanzo e poi ho diretto una collana di letteratura sinistra e oggi posso dire di aver collezionato così tanti lavori diversi che hanno a che fare con la scrittura, e mi dico che se non avessi fatto tutte queste cose così diverse probabilmente non sarei il tipo di insegnante o di editor che sono, cioè una editor (non sta a me dire se sono brava o meno) che sa toccare il testo e sa gestire diversi piani di scrittura perché oltre alla teoria ha lavorato in prima persona con le parole. La mia principale fonte di ispirazione, quindi, si trova proprio nei i testi. Quelli che ho letto e ho amato mi fanno venire voglia di capire, e poi di trasmettere, come sono stati scritti. Quelli che ho scritto mi hanno messa faccia a faccia con i miei limiti, mi hanno fatta sentire in trappola, presa dalla paura di fallire e per farcela ho dovuto maneggiare, a volte inventare, strategie del testo che funzionassero, che non fossero solo teoria, e sono le stesse che uso poi nel mio lavoro di editor. Il lavoro che faccio mi piace molto e mi ritengo fortunata perché da quando ho cominciato e poi ho fondato Scrivere di notte non ho avuto un attimo di tregua perché sono stati e continuano a essere tanti gli autori che decidono di lavorare con me.

2.Puoi condividere con noi un po' del tuo processo creativo quando scrivi per il teatro e per la televisione? Ci sono differenze significative rispetto alla -scrittura di romanzi o saggi?

Parto dalla televisione. Non scrivo più per la televisione da anni e sono contenta che sia finita. Ero arrivata al lavoro di sceneggiatrice dopo aver vinto le selezioni dello storico corso RAI – SCRIPT lì ho studiato la serialità televisiva e dopo un anno ho iniziato a lavorare a diversi progetti per la narrazione seriale, alcuni anche per la prima serata. Ho lavorato così per anni senza tirare fuori da quella esperienza alcuna soddisfazione che non fosse quella della fattura pagata.

In Italia non esiste la figura dello showrunner e non credo esisterà mai. L’autore delle serie non è percepito come una figura importante, essenziale, di tutto il processo. E a volte ti ritrovi con una idea bella e ben strutturata che viene distrutta dagli smanettamenti dell’editor della casa di produzione, o del produttore stesso. La fiction italiana spesso mi imbarazza e mi vergogno di questi raccontini senza fantasia che vanno in onda. Chi vuole guardare cose scritte sul serio vede altro, per esempio sono ancora piena di ammirazione per la seconda stagione di The Bear, e ancora rimpiango Better call Saul. Quella è una vera serialità, se potessi scrivere cose del genere farei di tutto per fare quel mestiere ma in Italia la vedo dura. Quindi rispetto alla creatività la mia esperienza nella serialità televisiva italiana non fa testo, perché alla fine non è possibile essere creativi sul serio. Per quanto riguarda la drammaturgia per me è tutto, mi ha dato il senso del ritmo, l’ansia di non tradire l’attenzione di chi decide di entrare in una mia storia, il senso della misura. Scrivere narrativa però mi ha resa libera di fregarmene dei costi dell’allestimento di uno spettacolo, e non è poco. Ero stanca di scrivere monologhi.

3.Come è nata l'idea di fondare e dirigere Scrivere di Notte, scuola di scrittura e video-rivista? Qual è il tuo obiettivo principale con questa iniziativa?

Scrivere di notte l’ho fondata perché voglio lavorare come piace a me, voglio sperimentare anche con chi decide di sottopormi il mio testo, e dico che è un modo di stare nel testo, intendo dire che voglio andare in profondità, proprio come quando è notte fonda e mi metto a scrivere senza la paura che qualcosa possa distogliermi da quello che sto facendo. Scrivere di notte vuol dire, come diceva Leopardi, attendere al testo, starci dentro, indossare l’abito della scrittura come pratica quotidiana, con uno spirito di serietà. E poi Scrivere di notte è anche un modo di parlare dei libri che è rivolto sempre al testo, non al riassunto di cosa racconta la storia, ma a come la storia nasce nelle frasi e nell’atteggiamento che l’autore assume con le parole per farla cadere nella mente del lettore.

4.Il romanzo Tu che eri ogni ragazza sembra affrontare temi complessi e struggenti, tra cui il dolore di un padre per la perdita della figlia e la fuga di una quindicenne afasica. Qual è stata la tua motivazione principale nell'esplorare questi temi, e come pensi che siano stati trattati in modo unico o innovativo nel contesto della narrativa?

Tu che eri ogni ragazza è un libro in cui volevo seppellire il modo classico di scrivere una storia perché lo trovavo falso. Sono stata animata da una considerazione molto semplice: il modo classico, l’architrama classica americana, con cui siamo stati abituati a raccontare le storie ci dice che se desideri qualcosa, dopo un numero ragionevole di ostacoli, la avrai, ci dice che il dolore poi viene risarcito, che è possibile la redenzione, che alla fine vincono i buoni sentimenti, che l’orrore ha una motivazione chiara, che la vita ha uno scopo. Tutto questo è falso e io non volevo più scrivere l’inautentico. Per tanti anni ho lavorato con quelli che chiamano “minori a rischio”. Volevo rendere giustizia a quel mondo così difficile che è quello di chi nasce, vive e muore senza nessuna tutela. Ma non volevo fare la classica storiella edificante, volevo dare a Jungla una voce epica, un registro alto. Mi rendo conto che una cosa difficile da far passare è che il dolore, di tutti, ha la stessa qualità, volevo che il suo parlasse anche se lei non aveva le parole giuste per comunicarlo, e il romanzo è un tentativo di dargliele.

5.Uno degli elementi evidenziati nella recensione è il tema della pietà umana e dell'empatia, così come il confronto con il dolore altrui. Come hai trattato questi temi nel contesto del romanzo, e quali messaggi o riflessioni speravi di trasmettere ai lettori attraverso le esperienze dei personaggi e le loro interazioni con il mondo circostante?

Sono partita dall’idea che provare pietà e provare a fare del bene non è facile, è qualcosa che ti mette a contatto con la vergogna, che può sembrare ridicolo, impossibile, datato, qualcosa che va conquistato a caro prezzo, non una cosa data. Non voglio trasmettere nessun insegnamento al lettore, mi piace però raccontare la difficoltà dell’abitare una situazione emotiva, psicologica, perché in questo turbamento, questo dibattersi nel mistero, c’è qualcosa che ci riguarda, qualcosa che può parlare di noi, che siamo al mondo e non sappiamo nulla, di noi, degli altri, di quello che vogliamo, di come evitare che ogni cosa a cui teniamo ci venga sottratta. I miei personaggi raccontano tutti qualcosa che ho vissuto in prima persona: la sensazione di doversela cavare da soli e senza scuse, senza piangere o scalciare, perché tanto non sarebbe arrivato nessuno.

6. Con Trofeo esplori profondamente la psiche dell'assassino e i suoi desideri deviati. Qual è stata la tua fonte di ispirazione per questa caratterizzazione e come hai affrontato la sfida di rendere autentica e complessa la mente del protagonista?

L’assassino di Trofeo è il solo che, da umano, partecipa alla vita delle cose, il solo davvero in contatto con le cose, perché lui per primo non ha accesso alla sua dimensione umana. Questo suo rendere oggetto un essere vivente l’ha come separato per sempre dal mondo, dall’idea che qual mondo in cui vivono uomini e donne riguardasse anche lui. La mia esplorazione però si ferma alla constatazione di trovarmi dentro una casa disabitata, piena di stanze vuote. La realtà non esiste, solo la sua rappresentazione. La mia fonte di ispirazione letteraria e cinematografica l’ho citata nel libro, sono molte influenze, che vanno dal cinema di Franju e di Powell, a Samuel Beckett, al quale devo molto, sempre.

7.Il tema del feticismo sembra giocare un ruolo significativo in Trofeo. Puoi spiegarci come hai sviluppato questo tema nel contesto della trama e come pensi che abbia contribuito alla profondità della storia e dei personaggi?

Il feticcio è un oggetto investito di un valore, è una cosa che però diventa un memoriale, perché trattiene ricordi e immagini di una vita, e anche una sorta di cinema privato. Viene creato da qualcuno che trasforma l’inanimato in qualcosa che incarna i suoi desideri, che infonde vita a qualcosa di morto, presenza a qualcosa di inerte. Le cose diventano feticcio quando vengono investite di significato, di un valore simbolico, affettivo, emotivo. Quello che accade con gli oggetti conservati dal serial killer, che vengono chiamati trofei, è proprio questo e così una semplice cosa diventa la chiave per vivere il proprio desiderio come fosse fuori dalla mente ma nel mondo.

Trofeo è anche una storia sulla rappresentazione. A quel punto, in questa rappresentazione popolata da fantasmi, non contano gli oggetti in sé, e l’omicida seriale considera tra gli oggetti anche il corpo, vivo o morto della sua vittima, ma il ruolo che lui assegna alle cose. Lui vive attraverso le cose il suo sogno, la sua avventura sessuale, violenta macabra, che gli permette questa sofisticata operazione di contraffazione della realtà che lo soddisfa, che gli dà appagamento, che lo comprende e lo racconta. Il feticismo mi ha permesso di raccontare la violenza, l’omicidio seriale, l’abuso, come rappresentazione, come allestimento, spettacolo, che però si svolge nella mente indicibile e inconoscibile di un uomo che nega l’umanità sua e degli altri esseri umani trasformandoli in oggetti di scena.

8.Quali scrittori o autori ti hanno influenzato maggiormente nel tuo percorso creativo? E quali sono i tuoi progetti futuri nel mondo della scrittura e dell'editoria?

I nomi degli autori che mi hanno influenzata maggiormente sono tanti, li chiamo i miei mentori morti. Sono troppi per citarli tutti ne scelgo tre. Alcuni mi hanno accompagnata dall’inizio, e ho cominciato a scrivere, forse, proprio per emularli. Questo è il caso del primo mentore, Henrik Ibsen, che diceva una frase che ho ricopiato nel mio taccuino delle cose sacre e che per molto tempo è stata una specie di mandato: “Farò posare i miei contemporanei, uno per uno davanti al mio obiettivo. Ogni volta che mi imbatterò in un’anima degna di essere riprodotta, non risparmierò né un pensiero, né una fuggevole intenzione appena mascherata dalla parola.” Ecco, ho letto tutto di Ibsen e lo considero un maestro, un drammaturgo grandioso, selvaggio, misterioso. Niente è solo quello che sembra nei suoi drammi. Questa frase sembra suggerire un atteggiamento imitativo, di restituzione della realtà così com’è, sembra che lui si ponga come obbiettivo di rappresentare le persone così come sono, ma poi basta leggerlo, basta prendere in considerazione un testo come “Hedda Gabler” per capire che c’è molto di più, che la natura umana è misteriosa e feroce. Di Samuel Beckett ho già detto: Trofeo. apre con i versi dell’ultima poesia che ha scritto e nel testo i riferimenti alla sua scrittura sono molti, tra tutti la sua opera è una lunga riflessione sul linguaggio, sulla natura della parola, sull’estinzione della parola e il legame con la mia storia è evidente, la frase che chiude “Trofeo” è il titolo della poesia di Beckett. Poi un mio riferimento è sicuramente Rainer Werner Fassbinder. Lui mi ha insegnato qualcosa di fondamentale: che è nel freddo, nel sentimento, nel gesto impassibile, nell’abbraccio negato, che si nasconde la pura compassione. I miei progetti futuri sono un romanzo, uscirà il prossimo anno, sempre con Wojtek editore, e un altro romanzo al quale sto già pensando ma di entrambi non dico nulla perché sto scrivendo e fino alla fine non so cosa sarà ammesso e cosa escluso dalla versione finale. Per il resto, per quanto riguarda i miei progetti futuri, voglio continuare a scrivere e studiare come sempre, in modo anche sgraziato e audace, così come raccomandava Anton Čechov, che è sempre un buon proposito.