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HorrorMagazine

Twilight


6. BEAGLE! (Ovvero la lunga notte in cui la Morte tornò)
di Stefano Fantelli

Brujo e i suoi tatuaggi

Come luce lei arriverà,
come acqua piano scivola
Senza far rumore
salirà le scale
e le sue labbra...
Come mirra lenta brucerà,
come fuoco danzerà per me
Madre universale,
io saprò aspettare
(“Senza far rumore”, Timoria)

Finirà, un giorno. Lo so. Sarò lì con le spalle al muro, senza fiato, con la vita che mi scivolerà via mio malgrado mentre mi getterò nel fuoco perché non so fare altro, sono bravissimo a gettarmi nel fuoco. Ma finirà con un grido di battaglia, così come è iniziato tutto, così come è stato per tutto il tempo.
Siccome sono il Brujo, quando non riesco a dormire mi immagino delle cose, invento delle storie. Questa notte “vedo” me e Angelo in epoca vittoriana, vestiti di tutto punto, cappello a cilindro compreso, che facciamo colazione nel giardino di una villa principesca e Angelo che dice:
— Ottimo questo pane e burro, Sir Brujo.
— Sono d’accordo con voi. Ma ecco le sempre simpatiche fatine di Sir Arthur Conan Doyle che vengono a trovarci, oh ma che minuscole delizie.
— Perdincibacco, fotografiamole e mandiamone una copia a quel giornale di cultura e spettacoli gotici.
— Vi prego, Sir Angelo, non vi agitate in questo modo. Non siamo cocchieri.
Non riesco a dormire perché questa è la notte in cui la Morte torna e


Lilith

io perdo la partita e Mela perde gli specchi, è la notte in cui la Bestia perde gli artigli e Pinocchio perde il suo ultimo naso. E io me ne sto lì in piedi davanti a quell’uomo. Evito sempre di guardare in faccia quell’uomo, mi soffermo invece spesso sulle sue braccia. Porta due parole tatuate sulle braccia, quell’uomo, sui tricipiti, da una parte VITRIOL e dall’altra MEMA. Due acronimi, parole formate dalle iniziali di una frase. Da una parte “Visita Interiora Tellus Rectificando Invenies Occultam Lapidem”, dall’altra “Memini Eluxi Memini Adolesco”. Da una parte “visita il centro della terra (il centro di te stesso) e guardandoti in giro troverai la pietra nascosta (la pietra filosofale, il Santo Graal, la Verità), dall’altra “ricordati di risplendere, ricordati di crescere”. Le braccia di quell’uomo sono anche piene di tagli sottili, alcuni ancora freschi, altri che stanno ormai scomparendo, non abbastanza profondi da diventare cicatrici. Quell’uomo sono io davanti allo specchio. E mi guardo le parole VITRIOL e MEMA al contrario, mi guardo i tredici tagli su un braccio e i dodici sull’altro per un totale di venticinque. Io sono quello che i messicani di Piazza Aldrovandi hanno soprannominato “El Brujo”, lo stregone. Sono il pazzo, il poeta, il pirata. C’è sempre qualcosa di molto zen nell’attesa. Anche aspettare, restare seduti sulla riva del fiume a guardare l’acqua che scorre, anche questa è una forma di combattimento, lo impari se stai con una come Mela. Dalla mia ho una mente che invece vola sempre comunque, lontano, via. Potrei comprarmi un cappello di feltro nero da portare calato sull’occhio sinistro. Devo ammettere che l’idea del cappello mi attira. In breve tempo non sarei più il Brujo, ma “l’uomo col cappello di feltro nero”. Anche i tagli sulle braccia, quelle piccole labbra che si aprono rosse pronunciando le parole “lei tornerà da te”, riferite a volte a Mela, a volte alla Morte. Credo sempre alla voce dei tagli e faccio bene. Il mio gatto Lilith mi guarda e sembra pensare, “fai bene a crederci, Brujo”. Per esempio Mela è tornata, i tagli avevano ragione, la mia dea è di nuovo qui con me, Mela, il mio angelo dalle vene sottili. Ma dopo il suo ritorno è iniziata l’attesa di quest’altra lei. Siccome sono il Brujo lo sento nell’aria che arriverà presto la gran puttana dai capelli corvini, con il Chupa Chups in bocca, ad accavallare le gambe mostrandomi lampi di carne bianca. Il pelo da finto siamese di Lilith sembra elettrizzato questa notte. Sta qui seduta sul pavimento a guardare me che mi guardo allo specchio del bagno mentre la mia fata dal naso arrossato dorme di là come una bambina, questa notte sento nel mio sangue da brujo che è la notte in cui tutte le attese in qualche modo finiscono. Torno in camera da letto e mi sdraio al suo fianco, il corpo di Mela è caldo e sa di buono, sa di Mela e di mele.


La Morte vista da Dario Viotti

Sto lì ad aspettare godendomi la vista e il profumo di Mela ed è un po’ come starsene a pettinare ciuffi di barbabietole mentre fuori la città va a fuoco, è una cosa così. Perché io so cosa sta per succedere. E intanto Lilith si acciambella ai piedi del letto, consapevole anche lei. Quasi quasi sveglio Mela e le dico “Beagle!”, mi trattengo a stento, ma alla fine riesco a non farlo. Neanche mi ricordo quando e come e successo che  “beagle!” è diventato il nostro grido di battaglia, è ormai come dire “tutto a posto” e ce lo diciamo spesso, io e Mela, e ci diciamo anche “ciao”, così, senza motivo, solo per la gioia di ritrovarci insieme. “Beagle” è diventato per noi come dire “ci sono”, come dire “hasta la vittoria siempre”, è diventato l’acronimo della frase “Brujos E Angeli Germinano L’Eden”. La vacca con i tacchi da 12 sta arrivando e io annuso i capelli della mia musa e veglio sui suoi sogni perché non vadano a male.
Io ero, sono e sarò sempre il Brujo. Io ho vissuto, vivo e vivrò sempre così, nell’eterno istante del grido di battaglia (beagle!), con le spalle al muro e la spada in mano e nell’altra mano tutta la volontà e le palle di voler uccidere il drago. L’eterno miscuglio di esultanza e agonia di quella battaglia inarrestabile che è la vita. Dighe che si rompono di continuo, fiumi che straripano, mostri alati che sputano fuoco su di noi. Io ho passato la vita, ogni istante, cercando di uccidere quei draghi, mentre la vera battaglia si svolgeva soprattutto dentro me stesso. Così che il drago che era in me e mi divorava dall’interno era riuscito a guadagnare terreno, a conquistare nazioni su nazioni nel continente della mia anima.
Quella notte ho in testa la canzone “Senza far rumore” dei Timoria e mi pare la colonna sonora ideale. Sento quel freddo dentro che conosco, quella sensazione di Sangue gelato nelle mani che mi avverte del suo arrivo. La prima volta è venuta per il nonno e da allora l’ho vista spesso e ogni volta mi dice che di sicuro ci vedremo ancora. Ognuno si può immaginare la Morte come vuole, a me è sempre apparsa come una ragazza vestita in stile molto dark. La mia principessa continua a dormire ignara. Andrà davvero così? Voglio dire, la lascerà semplicemente dormire per sempre? Senza far rumore, senza farle male. Sono pronto a pregare la Morte, a umiliarmi. Perché a un certo punto ti rendi conto che lottare non serve a nulla e la dignità è solo una parola con cui si riempiono le bocche i poeti fuori dai bar di via del Pratello. Perché se ami davvero una persona sei disposto a tutto per farla stare bene e a volte chinare la testa, offrire il collo è la cosa più “guerriera” che puoi fare. E allora le dico, alla Morte, le dico:


La Morte

— Prendi me.
La Morte non dice niente, porta anfibi senza stringhe e jeans a vita bassa e una maglietta nera con su scritto “il momento è ora”. Mi guarda gustandosi un Chupa Chups alla vaniglia e non dice niente. E allora io, ancora:
— Per favore, prendi me.
E lei sbuffando:
— Non si può, non sono mica qui per te.
E se ne va, rapida e silenziosa come è venuta, violentando muta le pareti in un istante, un battito di ciglia. E io mi accorgo che sto trattenendo il respiro. E subito cerco, ansimante, il respiro della donna che amo. E lo trovo, leggero, tiepido, sulla mia pelle. E trovo le sue labbra calde e carnose sulle mie e la sua voce che dice “ho sonno”. E non capisco cos’è successo e perché, ma sono felice e nell’aria non la sento più, è lontana ormai la Morte da noi. E mi viene da piangere e mi viene da scrivere e facciamo l’amore e diciamo “Beagle!” molte volte, per tutta la notte.
E solo al mattino trovo Lilith sotto al letto, ma non trovo il suo respiro, perché Lilith ha attraversato il ponte insieme alla Morte. Per salvarci, a me e a Mela, per rubare un viaggio che doveva essere nostro, almeno così ci piace pensare. E ci fa bene sapere che non c’è rimpianto o nostalgia in un animale, nel suo lasciare il letto o il patio, nel suo “ora devo andare”. Solo pace e luce nel cammino che porta nei giardini del Grande Beagle lassù nel cielo. E un’altra storia finisce con un grido di battaglia, così come è iniziato tutto, così come è stato per tutto il tempo.
Sono il Brujo.

A Lilith, che ha attraversato il ponte

 
Le illustrazioni sono di Dario Viotti.

Stefano Fantelli è ossessionato dalla scrittura in ogni sua forma di linguaggio, da quello della narrazione a quello delle canzoni, da quello cinematografico a quello del fumetto. Ha all’attivo più di 100 pubblicazioni apparse su numerose riviste e antologie con diversi editori. “Tante parole” dice. E altre se le è fatte tatuare sul corpo, ma non in punti troppo visibili. “Un libro di carne, una stele umana”. Si è aggiudicato più volte i premi letterari nazionali Navile e Coop For Words e dal 2002 partecipa alla manifestazione letteraria “Bologna Ad Alta Voce”. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Alla fine della notte” (Mobydick, 2003) e "Dark Circus" (Cut-Up, 2008). Il suo e-book “Bambine cattive” (La Tela Nera, 2004) scaricabile dal sito www.latelanera.com ha avuto più di 50.000 download. Al momento si sta allenando per diventare campione del mondo di Chess boxing, disciplina che combina pugilato e scacchi, la vittoria è per scacco matto o knock-out.

 

Data: 2 novembre 2009

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Commenti

1 Bellissimo racconto Stefano, e commovente finale (sarà che adoro i gatti)... Alla prossima...

» postato da (Dario Viotti) alle 10:13 del 02-11-2009

2 Quella notte cadde sulla terra anche un demone nero che si nasconde nell'ombra di mela .Ricorda Brujo : Sapere-Potere-Osare-Tacere.

» postato da (fausto gagliano) alle 18:22 del 08-11-2009

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