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HorrorMagazine



Intervista a Paolo Di Orazio (Prima Parte)
di Gianfranco Staltari
Paolo Di Orazio si può considerare un pioniere dell’horror made in Italy, un rivoluzionario. Il suo apporto al genere spazia dalla narrativa (con racconti e romanzi), al fumetto (curatore delle storiche riviste Splatter & Mostri e sceneggiatore di fumetti e di graphic novel come Il Bambino dei Moschini) illustratore visionario e provocatore (i suoi disegni sono stati pubblicati su varie riviste e più volte in mostra) e musicista. Negli ultimi anni Paolo ha un po’ diluito le sue apparizioni, anche se rimane a tutt’oggi un punto di riferimento per la divulgazione dell’horror in Italia e fonte di ispirazioni per le nuove leve. A vent’anni dal suo folgorante esordio, Horror Magazine lo ha intervistato, per parlare con lui del suo percorso artistico e di alcune importanti e succose novità.

Paolo Di Orazio [+] ingrandisci

Ciao Paolo, benvenuto (finalmente!) su Horror Magazine. Iniziamo a parlare del tuo ultimo libro, Che hanno da strillare i maiali? (Ded’A, 2009), un’antologia di “racconti di mattanza psicofisica ispirati alla cronaca nera italiana”. Com’è nato questo progetto? Da cosa è nata l’esigenza di ispirarsi alla cronaca nera italiana? 

È un piacere essere stato invitato qui e ringrazio prima di cominciare. Il progetto del libro nasce intorno al 2003, quando ci fu la prima timida ondata mediatica sui crimini sessuali contro i minori. A scanso da ogni demagogia, ho avuto la necessità di esprimere la mia rabbia contro questo aspetto brutale della mente umana: il primo impulso genetico del libro. Ho generato un paio di racconti ma, non volendo ancora scendere a patti col realismo, mi annoiai di quel che stavo realizzando. Dal mio esordio in libro (Primi delitti, 1989) ho sempre cercato di fondere l'iperrealismo splatter e la psichedelia dell'horror. La Sonzogno ci aveva ripensato, dopo avermi corteggiato un paio d'anni come risposta italiana a Cliver Barker: ma, secondo loro, ero «troppo estremo per i lettori dello scrittore di Liverpool». Sempre nel 2003 pubblico un racconto su In fondo al nero (la mega-antologia curata dal mio amico Nerozzi), operazione che non fu un lasciapassare per l'horror puro. Quando un amico in Fazi mi prosciolse una strana pulce nell'orecchio («Buttati sulla cronaca nera»), ho capito che gli anni Settanta (e gli Ottanta) erano finiti da un pezzo e che siamo in Italia, non a Detroit o Liverpool. In fondo, cosa c'è di più aberrante e moderno della psicopatia? Per due anni ho studiato libri di tanatologia, psichiatria omicida e neuropsichiatria. Tutto questo è cronaca e insieme letteratura scientifica. Il teatro migliore della cronaca è la provincia, che diventa nera e sulfurea nella disgregazione sociale. Tutto (ri)comincia con La casa dalle finestre che ridono, dove il nero è così nero che le porte del sovrannaturale si aprono da sé. Ho studiato i casi italiani più eclatanti di pedofilia omicida, li ho dimenticati e li ho romanzati rigenerandoli in diversi plot la cui lente deformante sospende me e i lettori da ogni remora morale e lascia fluire la storia nel suo giusto letto narrativo. 

In Che hanno da strillare i maiali ogni racconto è introdotto da un disegno e da una fonte sonora (ricordiamo che sei stato il batterista e fondatore del gruppo Latte & I Suoi Derivati con molteplici apparizioni televisive e radiofoniche). Quanta importanza ha la commistione di questi elementi nella tua narrativa?

La musica, la scrittura e l'illustrazione sono la mia triade inquieta da sempre, in modalità nightmare. Sono tre elementi che si rappresentano vicendevolmente. Se le canzoni non sono palesemente notificate nei miei scritti, stanno nel pensatoio. Della mia infanzia ricordo vivamente mia sorella che faceva suonare dischi rock in continuazione fino a consumarli. A sorpresa amava spaventarmi con La bara di cristallo, un racconto horror su 45 giri. Tipo uno sceneggiato audio. Copertina terrificante, titolo, suoni e dialoghi angoscianti. Lei e mia madre ridevano nel vedermi piangere. Naturalmente tutto questo è stato per me come l'antipolio: quando lo scherzo perse di efficacia, ero un feticista dell'orrore. L'hard rock e i fumetti horror che dilagarono nei primi Settanta mi confermavano le fondamenta di uno stesso mondo fatto di gallerie comunicanti. Al cinema, per me l'accesso era vietato, ma vi sarà facile immaginare l'estasi morbosa di un bambino innamorato dell'illustrazione del terrore: le strade erano invase da manifesti 6x3 di Non aprite quella porta, L'esorcista, Il manichino assassino, Il gatto a nove code, Profondo Rosso. Ogni film horror, poi, era seguito da un gran bel nuovo vinile di soundtrack. Ascoltando questi dischi, iniziai a disegnare. DEd'A è un editore innovativo che non disdegna la sperimentazione e che ha avvertito nel mio progetto questa radice icono-grafica degli anni passati. L'antologia, in realtà, aveva già dormito due anni sotto l'imbarazzo di un altro editore, non proprio convinto di dover rischiare denunce per i contenuti. Quando ho avuto modo di sottoporre il testo a DEd'A, ho deciso di supportarlo di un'intelaiatura trifacciale, inserendo la mia musica preferita e le mie immagini migliori. Che non potrei definire meglio di Graziano Frediani: pitture rupestri dalle caverne dell'anima.

Il libro si apre con una prefazione e una postfazione del Dottor Gechi (all’interno dell’antologia ci sono due racconti con questo personaggio). Chi è questa figura inquietante ma anche molto ironica?

Che hanno da strillare non è che un personale omaggio al concept dei pocket della Gino Sansoni, collana Dottor Horror (a sua volta ripreso dall'americano Uncle Creepy). Il tema del libro e i racconti singoli mi hanno portato ad un afflato impegnativo e uno sviluppo a più livelli. L'unica maniera per indurre il lettore a non abbandonarmi dopo il primo racconto era creare una figura virgiliana: ironico nelle sue prefazioncine da imbonitore da freakshow, ma roboticamente nefasto (al contrario del dottor Horror) nelle avventure a lui dedicate. Le indicazioni musicali negli annunci del Dottor Gechi sono un preparativo delle suggestioni che gli stessi brani hanno fecondato per il concepimento e la lavorazione finale dei racconti. La sua ironia era necessaria, per omogeneizzare in uno spiraglio di sospensione immaginifica, i racconti tratti dalla realtà.

Alcuni racconti dell’antologia descrivono una violenza molto spinta, a tratti disturbante, con le descrizioni fredde e quasi cliniche delle torture che subiscono i personaggi del libro (su tutti Dio c’è ma non risponde e Stretching).  Cosa rappresenta per te la violenza e come ha accolto l’editore questi racconti? Hanno subito dei tagli?

Conoscendo il mio background, l'editore ha accolto l'antologia con grande entusiasmo. E coraggio, devo dire. Non ha assolutamente condizionato le mie modalità espressive, né censurato alcunché. Senza scomodare la psicanalisi, la violenza è il plug-in principale delle pulsioni innate che ci permettono di vivere (come l'atto procreativo). E la violenza, quando diventa persecutoria o omicida, è per me una luce dallo spettro infinito per decorare una storia umana. In fondo, quel che a me tutt'ora interessa è raccontare una storia con tutti i meccanismi al proprio posto. E le storie più complesse e suggestive sono, senza ombra di dubbio, i racconti del brivido. Con o senza l'intervento del sovrannaturale. Hitchcock ancora insegna e David Lynch ha capito tutto. L'editore ha apprezzato le mie storie, anche nella loro violenza più scomoda. Ha solo detto che sono pazzo. 

La tua prima racconta di racconti Primi Delitti (Acme, 1989 e Castelvecchi, 1997 in edizione ampliata) toccava il tema (comunque sempre ricorrente nella tua narrativa) dei bambini che si rivelavano, essere perversi e portatori di distruzione e morte. In quell’occasione dichiarasti che il progetto nacque d’istinto e grazie all’editore Francesco Coniglio ebbe modo di vedere la luce. Primi Delitti, fu un caso letterario mancato, per la tua inesperienza. Ci racconti come si sviluppò il progetto e cosa mancò perché il libro diventasse un best seller?

Il mio vero e proprio tirocinio da scrittore non è avvenuto con l'horror ma con la pornografia scritta. Scrivevo raccontini, redazionali, dossier, falsa corrispondenza per mensili da edicola, pocket hard fotografici, fotoromanzi per la EPP, con Moana Pozzi, Cicciolina e varia carneade. Ma arrivarono una sconsolante denuncia giudiziaria e un sequestro che interrò la miniera d'oro. Avendo già pubblicato fumetti horror su una di queste testate, tornai a pensare a qualcosa di nuovo. Provai a replicare i disegni sotto l'intonaco di Profondo rosso e attesi l'idea. Buttai giù zolle di dialogo e stralci di sequenza per un'opera a fumetti. Volevo disegnare bambini che ammazzassero chiunque. I frammenti funzionavano e ognuno ne partoriva altri. In pochi giorni avevo generato 5 episodi con tanti protagonisti diversi. Titolai la messe Primi delitti. Portai tutto a Coniglio per un parere. Lui saltò sulla sedia. E quegli appunti sono rimasti il libro che conosciamo: non mi ero accorto di aver scritto dei racconti.
Certamente non avevo esperienza, perché era la mia prima prova libraria. Nato da un mazzetto di caotici appunti per sviluppare fumetti e non prosa, il libro non andò malissimo, vendette 12.000 copie, grazie anche all'autogol dell'interrogazione parlamentare. Fu un caso a modo suo. Cosa mancava però per farlo diventare un caso letterario, un best seller? Tutto. Mi spiego: gli amanti dell'horror e del brivido sono davvero molti, ma la tradizione italiana non offre grandi terreni da corsa per un libro di racconti di ragazzini sanguinari. Agli italiani fa più gola il sesso, il calcio, le storie d'amore. La mia amica Melissa P rappresenta qualcosa, in fatto di caso letterario. Il numero dei lettori che ho raggiunto è stato per me un traguardo enorme e un punto d'arrivo (e partenza) che mai mi ero sognato. All'epoca non c'era internet (1990): di rassegna stampa avevo raccolto tanto, ma il colpo grosso sarebbe stata una recensione televisiva per conquistare altri lettori. Non conoscendo però — all'epoca — cosa può fare la televisione, puntai per inviare una copia di Primi delitti al Costanzo Show. Ma in casa editrice mi dissero che sarei stato ridotto a brandelli. Onestamente, l'errore fu solo di assecondare le opinioni di uno dei titolari della Acme. In seguito, la stessa persona si è tradita facendomi capire che non si fidava delle dichiarazioni stampa che rilasciavo. Invece di aiutarmi e continuare ad aiutare il libro, hanno preferito lasciarmi a casa.

Primi Delitti ebbe un impatto così forte sui lettori che scatenò un’interrogazione parlamentare per l’istigazione a delinquere a danno dei giovani lettori e causò anche la chiusura delle riviste gemelle a fumetti che curavi in quel periodo (oggi oggetto di culto) Splatter & Mostri. A vent’anni da questo episodio del tuo percorso artistico, come valuti, oggi, questa esperienza e cosa pensi della censura?

Sì, il concetto base dell'interrogazione, mossa al premier Giulio Andreotti, era che le menti fragili dei giovani fossero a rischio plagio, sotto la spettacolarizzazione della violenza. Cioè, un giovane lettore vede in un fumetto uccidere qualcuno, quindi c'è rischio che lo trovi divertente (uccidere, non leggere) e lo fa. Negli Stati Uniti (se non ricordo male), un bambino ha messo la mano nella gabbia di un animale feroce: contrariamente a quanto leggeva sui fumetti Disney, la belva gli ha strappato la mano con un morso. Ma quale incidenza può avere una storia a fumetti sulla mente di una persona? Un solo bambino americano crede che gli animali si comportano come a Paperopoli, e quasi tutti gli adulti italiani temono che un ragazzo possa compiere stragi ispirandosi a un fumetto. Eppure le 70.000 foto erotiche che Alberto Stasi ha scaricato da internet e stivato in un hard disk non hanno insospettito nessuno. Cosa penso a riguardo oggi? Mi piacerebbe andare in Cassazione a denunciare una popstar americana scomparsa di cui mia nipote è completamente innamorata, per reiterato tentativo di seduzione dall'oltretomba. Fu una mossa politica senza senso, quella contro il libro, credo l'unica manovra trasversale della nostra Repubblica, dalla destra alla sinistra — fronte unico. La censura contro i fumetti, la penultima mi pare, fu quella contro Diabolik. Certamente ne vado fiero (è la seconda denuncia che raccolgo per “pubblicazioni oscene”, la prima risale al 1987), ma penso che un fumetto non possa fare granché su una mente che non sia già turbata. L'unica precauzione è l'educazione e il dialogo costruttivo tra i genitori e quei figli che trovano interesse in determinati argomenti. E' compito che non va affidato alle istituzioni, con l'applicazione di un bollino, ma ai padri e alle madri. 

Abbiamo parlato di Splatter & Mostri (Acme), che ebbero il merito, tra gli altri, di lanciare una nuova generazione di sceneggiatori e disegnatori di fumetti (molti dei quali poi approdati in Sergio Bonelli Editore). Come ricordi questa esperienza, e come vedi, oggi, il panorama delle riviste?

L'esperienza Acme (1989-'91) ha rappresentato un momento davvero importante. Sia per la mia popolarità, sia per aver imparato a lavorare in trincea, in presa diretta. Non c'era tempo di sbagliare, non c'era tempo di ammalarsi. Lavoravo sodo e avevo risultati del mio lavoro in tempo reale: non c'era internet, e le lettere che arrivavano in redazione davano un fisico responso dello sforzo impiegato. I collaboratori (sceneggiatori, disegnatori e scrittori) erano 100. Francesco Coniglio ha avuto la forza e la disponibilità di grandi disegnatori che hanno accettato la scommessa. Splatter è stato subito un cult, e un'ottima palestra per chi poi è approdato in Bonelli. Nel periodo di Splatter, la generazione dei disegnatori era ben diversa. Non ho mai avuto problemi con le consegne, non c'è mai stato un buco. I lavori arrivavano in casa editrice quasi da soli. Bastava solo impaginare e mandare in stampa. Ora che sto mettendo in piedi il mio nuovo mensile horror, la fatica è titanica. Ed è solo uno dei riflessi della situazione odierna: i disegnatori sul mercato sono molto diffidenti o impreparati. Chi non si rivolge a Bonelli incappa spesso in realtà molto rischiose. Da vent'anni a questa parte è fiorita una genia di pseudo-editori truffaldini che amano fregare i disegnatori non pagando il loro lavoro. Queste vicende avvelenano il mercato, gettando il caos a livello individuale tra autori che non sanno mai qual è l'impegno più sicuro. Gli autori quindi si sforzano per esportarsi all'estero e contemporaneamente si appoggiano su lavori d'emergenza per pagare la bolletta e mettere qualcosa in frigo. Nonostante le nuove generazioni siano più dotate a livello espressivo, ci sono anche disegnatori che arrivano insicuri sulla gestione del lavoro, a partire dall'interpretazione della sceneggiatura, fino alla spedizione telematica dei materiali. Questa globale approssimazione dell'approccio con il lavoro sul fumetto, sulla singola tavola, a sua volta produce una risacca che in più frena molte possibilità e molte aperture quando si tratta di darsi da fare. Ovvero, molti disegnatori preferiscono aspettare la grande occasione, invece di disegnare e guadagnare quel che di volta in volta c'è. Spero di essere smentito al più presto. Naturalmente, il quadro generale si riversa sulla qualità delle riviste. Che non godono più di forza espressiva, ma contengono uno sforzo rammendato, perché è pagato poco e perché ogni autore ha — minimo — tre progetti contemporaneamente. Quando il lettore compra e legge riviste di storie cavate agli autori con le tenaglie, con tavole messe in piedi nel tempo libero, lo stesso lettore se ne accorge e abbandona la rivista, a cui non può affezionarsi. Ma c'è anche chi è dotato di talento, buona volontà e un po' di lungimiranza. 

Una presenza costante nella tua narrativa è la raffigurazione del regno animale (per esempio Il tacchino vuole giocare in Primi Delitti e i maiali di Dio c’è ma non risponde in Che hanno da strillare i Maiali?), che diventano specchio del reale, ma soprattutto rappresentano l’incubo, la meraviglia e sostituiscono l’immagine del mostro. Qual è la tua opinione in merito?

Il regno animale per me è come il regno dei sogni, che pure dominano e mi consentono escursioni horror nelle storie puramente nere. Gli animali sono l'espressione del nostro istinto, il nostro sogno di libertà e di fuga dai condizionamenti sociali. Gli animali uccidono per impulso naturale, ed è lo stesso ordinamento preternaturale di ogni assassino schizoide. Il mio mondo letterario è comunque un teatro panteistico, dove ogni cosa è colma di spirito e gli animali regnano su di noi come sentinelle di un ente sovrannaturale (chiamiamolo Dio o con ogni altro nome di qualunque credo) che ci sovrasta ma anche come sacche dislocate del nostro destino psico-organico.

(Continua)
 
Si ringrazia Roberta Mochi per le informazioni sulla parte bibliografica dell'autore.

Paolo di Orazio scrittore, sceneggiatore e musicista. Autore delle antologie Primi Delitti (ACME, 1989 e Castelvecchi, 1997 in edizione ampliata) e Madre Mostro (ACME,1991), dei romanzi Prigioniero del Buio (Granata Press, 1992), Il dipinto ucciso (Granata Press, 1993) e di alcuni racconti sparsi (RadioRai, Addictions, Urania) è stato anche coordinatore redazionale, responsabile della corrispondenza con i lettori, redattore ed editor per le riviste Splatter, Mostri, Splatter Poster, Zio Tibia— la clinica dell’orrore (ACME, 1989 — 1991). Ha scritto soggetti e sceneggiature per il mensile a fumetti Cattivik (ACME, 1990-91) e per la storica rivista statunitense Heavy Metal. Ha inoltre firmato la graphic novel Il bambino dei moschini (Claire de Lune, 2009) per i disegni di Andrea Domestici.

Data: 23 gennaio 2011

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