Ginevra De Rossi nasce nel 1900 e qualcosa in un desolato (Tetro)borgo estense. Si laurea in Filosofia presso l'Università di Bologna. Ha pubblicato l'ebook Pendagli da Forca per le edizioni Delos Digital, un racconto sulla rivista Il Lettore di Fantasia, uno (spinoff di Pendagli da Forca) sull’antologia natalizia del Lettore di Fantasia. Scrive principalmente come forma di autoterapia. I suoi autori di riferimento sono Borges e Ballard ed è un'attivista nell'ambito della difesa dei congiuntivi e delle subordinate.
Ciao Ginevra, iniziamo banalmente. Perché senti il bisogno di scrivere?
Avevo iniziato come forma di autocura per gestire i postumi di un lungo periodo depressivo (e l’ultimo romanzo “Altrettante volte io ti aspetterò” nasce da quello). Adesso dipende dai momenti: a volte è per puro divertimento, a volte per mettermi alla prova (vedi il racconto a cui sto lavorando ora in cui provo a riproporre lessico e stilemi tipici di Ballard giusto per il gusto di farlo), altre volte perché la giornata gira talmente a vuoto che almeno scrivendo tolgo attenzione al resto.
Ora ti faccio lo sgambetto, domanda semplice quanto difficile. Nei tuoi scritti c'è sempre una sottotraccia di sarcasmo e ironia, cosa ti spinge a usare questi elementi in un genere che a volte si prende troppo sul serio?
Il fatto che in realtà li uso anche nella vita reale, e non sopporto pose o persone artefatte o pompose. Molte battute nascono proprio come risposte affibbiate a certe colleghe o a rompicoglioni vari.
Anche se di base rappresentano una forma difensiva derivata da un’estrema sfiducia negli esseri umani.
Spiegaci il tuo catalogo letterario e i testi che reputi siano centrali per conoscere la tua persona, se vuoi puoi anche dirmi le letture che ti hanno formata.
1) Ho iniziato con “Pendagli da Forca”, una commedia nera fantasy scritta per perculare il fantasy troppo serioso che ormai non sopportavo più. Sempre per Delos è uscita “La progenie del Sabba”, una raccolta multigenere centrata attorno alla “stregoneria”. L’ultimo arrivato (ma in realtà il primo a essere stato concepito, sei anni fa) “Altrettante volte io ti aspetterò” è un romanzo scritto a quattro mani, una riscrittura fantasy dell’Anabasi ma con civili (prostitute, alchimisti, ecc.) al posto dei guerrieri. Quindi molto centrata su dialogo e sviluppo dei rapporti tra i personaggi. E una romance importante (eh…).
Il titolo che giudico il mio piccolo capolavoro però è “Il Buio Dentro”, una raccolta dark fantasy (che vede come personaggio principale una Suora Guerriera), in cui credo di aver coniugato con perizia atmosfere plumbee, tono apocalittico e scrittura di qualità. E il feedback dei lettori in questo senso è stato confortante.
2) Letture che considero imprescindibili per la mia formazione di autrice: “Il mondo sommerso” (Ballard), “Finzioni” (Borges), “Anni senza fine” (Simak), “Burning chrome” e “Neuromante” (Gibson), “Dune” (Herbert), l’opera omnia di Lovecraft, “Elric” (Moorcock), “Il signore degli enigmi” (McKillip).
Cosa noti di diverso tra fantasy anglosassone e italico?
Può essere solo una mia impressione ma direi: un maggior senso di appartenenza e legame tra gli autori. Qua da noi si tende a mangiarsi la faccia a vicenda per due lettori in più e a scatenare faide per delle sciocchezze. Inoltre gli autori americani non sembrano emanare quell’aria da Messia che circonda certi soggetti nostrani con più autostima che talento.
La community italiana del fantasy italiano è stagnante?
C’è una piccola parte molto attiva e attenta alle nuove correnti, ma per la stragrande maggioranza dei lettori il fantasy è ancora Harry Potter, improbabili storielle d’amore tra vampire e licantropi, o l’ennesima rimasticatura tolkieniana. Quindi sì, siamo in un pieno impasse culturale.
A che opera stai lavorando? e che differenze stai notando rispetto ai tuoi primi lavori?
Ho appena ultimato “Città di Eroi e Santi”, un’estensione del racconto che avevi già avuto occasione di leggere in una vera e propria novella. Una sorta di Spoon River grimdark o Sin City medievale. Di solito sono contenuta nel presentare le mie opere, ma ritengo che qua siamo tranquillamente a livelli molto alti. Stilisticamente sono maturata dopo essermi messa alla prova con il Regno di Taglia e aver compreso che potevo esprimermi con un piglio più aggressivo e tranchant senza perdere di efficacia e leggibilità. E quell’esperienza qui è messa a frutto e inquadrata in una cifra autoriale.
“Visceri e attitudine” ha rappresentato una sorta di turning point.
L'uso della violenza nel fantasy, c'è tanto chiacchierare in merito. Come ti poni nella questione?
“Chi rifiuta di imparare la violenza rimane alla mercé di chi non l’ha fatto.”
Io detesto la violenza (sono molto più da “sabotaggio” che da “scontro”) ma sono d’accordo. Per quello ho praticato arti marziali e tuttora mi alleno con sciabola e bastone, nonostante gli acciacchi: per sapermi difendere dovesse essercene la necessità. La violenza è una realtà e il mondo è un sistema predatorio (come suggeriva Don Juan a Castaneda). Il fantasy “violento” non fa che rappresentare la nostra quotidianità, sempre più degradata. Ovviamente mi riferisco alla violenza come trasposizione del reale o sublimata in un comparto estetico/artistico all’altezza. La “violenza” letteraria buttata lì solo per lo shocking value non solo non mi sconvolge: mi annoia, che è molto peggio.
Infine, cosa credi di dare al panorama contemporaneo?
Dialoghi brillanti, secchiate di sarcasmo, e la consapevolezza che la scrittura di qualità non si traduce automaticamente in “aulica e pomposa” ma si sposa invece benissimo con rabbia tra i denti e coltellate alle spalle.

















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