Il giardino di Pan "illustra la convinzione caratteristica, presente in tutto il mio lavoro, che esista un rapporto preciso tra gli esseri umani e la natura". Algernon Blackwood

Accanto ad Avventure incredibili, Il giardino di Pan (Providence Press) si distingue come l'opera più distinta e intima tra le sue creazioni, incastonando le più limpide cristallizzazioni narrative della sua prospettiva panteistica. Il titolo di questa raccolta è stato fatto proprio da Matteo Mancini nel suo speciale su Algernon Blackwood comparso sula rivista Zothique. Mancini aveva intitolato il suo lungo articolo Algernon Blackwood: il profeta del Dio Pan. Di solito associamo il Dio Pan ad Arthur Machen ma in Blackwood questa divinità (come dimostra questa sua raccolta) rappresenta il simbolo di un terrore panteistico che coinvolge l’intera natura.

Qui, compie un atto di straordinaria generosità: ci svela il mondo attraverso il suo sguardo, donandoci una visione che si erge come un tempio al richiamo del divino. E quale visione ci è concessa: la natura palpitante di Dio, viva e numinosa, animata da una sacralità che inchioda il cuore. La divinità si cela tra le vette illuminate di stelle e neve, nei cuori profondi delle foreste, nell'ampia desolazione del deserto egiziano, e persino nell'oscurità nera lasciata da un fuoco divoratore. La sua visione non conosce una direzione unilaterale; è la Natura nella sua totalità: bella e generosa, ma altrettanto crudele e gelosa. In queste storie, la Natura, in tutte le sue manifestazioni, viene riverita, celebrata, adorata, in un inno di iniziazione e trasfigurazione. Purtroppo da quata antologia è stato omesso il racconto capolavoro The Man Whom the Trees Loved. Omissione di cui non ho capito il motivo. In ogni caso ci sono gli altri 2 racconti lunghi Sabbia e La tentazione dell'argilla che fungono da cuore pulsante di questa raccolta, incedendo con passi misurati attraverso l'inizio, il centro e la fine del cammino narrativo. Emerge in queste storie la sua analisi profonda su come la religione, se rigida e dogmatica, possa ostruire l'esperienza del Divino tanto quanto un materialismo ottuso e fondamentalista. In "La tentazione dell'argilla", un vedovo di mezza età e la sua giovane nipote vivono in un angolo di natura incantata, un'oasi incontaminata circondata da una campagna che si sviluppa sempre più, unica loro salvezza in un mondo sempre più industrializzato. L'uomo riversa i suoi ricordi della moglie defunta su questo paesaggio, mentre la nipote sembra essere in sintonia con esso, parlando di cose sconcertanti che, nella sua innocenza, le sembrano del tutto naturali, accompagnata da "compagni invisibili". La loro solitudine viene disturbata dall'arrivo di un vecchio amico dell'uomo, un materialista convinto: "Religione! Superstizione! Io parlo solo di fatti". La sua definizione di "fatto" si limita probabilmente a una banconota da un dollaro, a una proposta mineraria o a una questione di sopravvivenza, assumendo il ruolo di un moderno Lucifero in questo loro Eden, risvegliando le ambizioni terrene da tempo sopite dell'uomo.

La prosa di Blackwood è come un fiume che scorre dolcemente, avvolgendo il lettore con la sua bellezza e profondità. Non si affretta, ma adotta uno stile meditativo che dipinge gli stati d'animo dei suoi personaggi con la stessa cura e dettaglio con cui dipinge il mondo circostante. Splendide descrizioni delle visioni interiori ed esteriori si mescolano a dialoghi e riflessioni, mentre il senso di sacralità cresce lentamente. Sebbene si possa provare un brivido, non è l'orrore che ci si potrebbe aspettare dai racconti "weird horror" moderni. Attraverso le sue principali opere, sembra che Blackwood cerchi di evocare quell'evoluzione dell'esperienza umana del Sacro un po' come teorizzava Rudol Otto. Qui, lo stupore sostituisce il terrore primordiale, spesso mescolato ad esaltazione e malinconia.