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HorrorMagazine

Twilight

Dove gli insetti vanno a dormire

di Sergio Donato
Un superman disilluso, una vampira affamata e reietta. In un mondo dove i superpoteri sono all'ordine del giorno ma ancora appannaggio di pochi, due persone condividono la stesso destino di solitudine. Una piccola storia d'amore che ci mostra quanto i superpoteri possano rappresentare delle catene ai polsi per chi ne è dotato...

L'autore si presenta

Sergio Donato (Foggia, 1975) vive e lavora nella provincia bolognese dal 1994 come impiegato in una ditta di trasporti. Ha all’attivo diverse pubblicazioni sulla Writers Magazine Italia e un racconto all’interno di Libera uscita (Delos Books, 2006). Vanta una presenza nell’antologia online di Thrillermagazine.it Colpi di Sole (2006). Ha vinto il Premio Narrativa WMI dedicato a "la guerra" (2006). A novembre 2009 sarà presente nell’antologia di racconti della collana Storie di Draghi Maghi e Guerrieri edita da Delos Books.

Autore: Sergio Donato - Data: 20 aprile 2009

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Commenti

1 Bravo Sergio, una conferma, come al solito!

» postato da Roberto Paris alle 09:39 del 20-04-2009

2 Grazie Rob. :)

» postato da Sergio Donato alle 20:05 del 20-04-2009

3 Non posso che quotare Roberto.

» postato da Irene Vanni alle 08:31 del 21-04-2009

4 Un quadretto molto evocativo. Complimenti :)

» postato da psichetechne alle 09:33 del 21-04-2009

5 Letterariamente inconsistente.

» postato da DANILO ARRIGONI alle 02:07 del 26-04-2009

6 Grazie Ire, psiche e Danilo; quest'ultimo per la sincerità scomoda, caratteristica sempre affascinante e invidiabile. :D

» postato da Sergio Donato alle 21:08 del 29-04-2009

7 Chiedo venia per il giudizio lapidario, sgradevole e decisamente maleducato... Diciamo che sono state estrapolate due parole di una mia critica e un amico burlone ha deciso di postarle... Il racconto francamente non mi è piaciuto ma non merita affatto una critica livorosa di questo tipo... Mi scuso nuovamente con l'autore, provvederò ad inserire, stavolta personalmente, un giudizio più obiettivo. Ho scoperto solo ora della pubblicazione di un brano della mia analisi, la cui frase principale suonava pressapoco così: "Letterariamente inconsistente la parte orrorifica, inficiata da un eccessivo piglio grottesco e dissacrante; pure il legame tra vampirismo, HIV e malattie del sangue tende ad essere eccessivamente inflazionato...". Prometto una rilettura attenta e la cancellazione di quello sgarbato e non voluto commento. :-(

» postato da DANILO ARRIGONI alle 21:55 del 08-05-2009

8 Sei stato carinissimo a voler puntualizzare. Non era necessario :D Perché una critica positiva può essere breve e una negativa no? Nessun rancore. Accetto qualsiasi tipo di valutazione, nel limite del buon gusto e della buona educazione. La tua mi era parsa solo lapidaria ma, ripeto, non può e non deve essere un demerito. Grazie ancora. Ciao. Sergio

» postato da Sergio Donato alle 19:09 del 11-05-2009

9 Breve e intenso. Complimenti all'autore già apprezzato con l'ancor più breve "Usa e getta". Altro non ho letto, rimedierò. Un saluto.

» postato da samuele nava alle 21:12 del 12-05-2009

10 Grazie Samuele. :D A breve dovrebbe apparire qualcos'altro all'interno di canali già conosciuti. Ciao. Buona giornata. :)

» postato da Sergio Donato alle 21:39 del 13-05-2009

11 Devo ammettere che l'introduzione di questo racconto non mi aveva allettato molto: pensavo fosse il solito minestrone tra horror e rosa e avevo quasi deciso di non leggerlo, invece... mi è piaciuto! I personaggi sono ben caratterizzati e il dialogo è molto vivo, sembra di ascoltarlo più che di leggerlo. Magari mi sarebbe piaciuto che sviluppassi meglio l'ambientazione, ma anche così è stata una storia piacevolissima. E mi piace molto anche il titolo!

» postato da Chiara Razzi Di Nunzio alle 09:55 del 17-06-2009

12 Grazie Chiara. In realtà è un minestrone tra horror e rosa, ma mi andava di scriverlo così. Adoro la fragilità nascosta delle persone ritenute invincibili. Grazie per l'apprezzamento dei dialoghi: li ritengo una componente importante. Contento. :)

» postato da Sergio Donato alle 21:30 del 25-06-2009

13 E' un esempio molto gradevole di pastiche, mostra un gusto preciso per il gioco con gli stereotipi e un'attenzione competente, non spocchiosa né modaiola, alla cosidetta "cultura pop". Per ora (non li ho ancora letti tutti) è il racconto della selezione Horror Magazine che ho apprezzato di più. Motivi: 1 - una scrittura essenziale, non presuntuosa, senza velleità sperimentali. Uno stile che sa di esperienza, di familiarità con il mezzo. Probabilmente l'autore scrive e legge spesso, oppure ha un intuito eccellente. Di fatto sa cosa dire e soprattutto sa cosa non dire. 2 - Il racconto è la cronistoria di un incontro sentimentale, tra due personaggi estremi e "soli perchè diversi", in atmosfera malinconica. Da simili premesse questo tizio ha cacciato fuori una cosa non smielata. 3 - Ci è riuscito perchè ha letto attentamente i fumetti recenti, quelli che hanno rinunciato a presentare il supereroe come un monolite virtuoso. A questo punto ha accostato il supereroe non più buono-perfetto al vampiro, che da un bel pezzo non è più un mostro-e-basta. Bello. 4 - Ci è riuscito perchè è bravo a cercare le cose vere, così le trova pure nei personaggi impossibili. 5 - Temi e accadimenti sono adeguati alla dimensione del racconto. Gli spazi sono ben programmati. 6 - No moralismo. No spocchia.

» postato da AgonyAunt alle 00:16 del 27-09-2009

14 Grazie, Agony. Voglio rispondere ai tuoi punti. 1) Sì, leggo spesso. Scrivo poco, ma è tutto concentrato. Il tempo a mia disposizione è scarso, e devo riuscire a tirare fuori sempre il meglio da un'idea, creando un soggetto e infine una storia che sorregga il tutto. Credo che la cosa funzioni, perché i miei racconti trovano quasi sempre un posto in cui farsi leggere. Adoro la sintesi, forse in maniera eccessiva. La Writers Magazine Italia mi ha aiutato a crescere nella scrittura, questo è certo. 2) Secondo me il racconto rimane smielato. Ma io non sono mai contento. 3) No. Fumetti recenti, direi di no. Ma IL fumetto: Watchmen. 4) Bravo non lo so, ma qui ci hai preso in pieno. Rendere credibile l'impossibile senza che il lettore si accorga del trucco è una delle missioni di uno scrittore di genere. 5) Semplicemente grazie. 6) Sì. I moralismi li metto da parte quando scrivo, anzi, più i personaggi si comportano diversamente dal pensare comune e più mi divertono. Ciao.

» postato da Sergio Donato alle 10:53 del 27-09-2009

15 « 3) No. Fumetti recenti, direi di no. Ma IL fumetto: Watchmen. » Pensavo proprio a quello :P

» postato da AgonyAunt alle 13:04 del 27-09-2009

16 Però è del 1987 :)

» postato da Sergio Donato alle 19:52 del 28-09-2009

17 A me è piaciuto, anche se preferisco racconti non iniettati in situazioni le quali, pur essendo rappresentative della diversità che ingenera solitudine accompagnata da solitudine, si rivelano essere prive di sbocchi. Vorrei sempre poter intravedere fessure liberatorie o, almeno, opportunità di cambiamento, nelle cose che leggo. Certo occorre ammettere che l'orrore può anche essere privo d'uscita e sboccare su giardinetti adibiti a parco giochi per l'infanzia, lì, dove potrà sfamarsi senza sensi di colpa.

» postato da vajmax alle 08:25 del 29-09-2009

18 Da sempre ritengo che l'orrore più gustoso è quello che ti rimane dentro. Gli sbocchi devono essere dei paliativi, ma se la paura non resta dentro allora non è paura. Ovviamente, nel mio racconto questa forma di orrore non c'è. In verità non c'è nemmeno l'orrore. Utilizza stereotipi orrifici per presentare un malessere normale dell'animo in persone non normali. Sì, è un pastiche. Ciao. Grazie. :D

» postato da Sergio Donato alle 22:12 del 29-09-2009

19 La morte non costituisce ragione di orrore, ma di liberazione dall'orrore, e quando non ci sono aperture per sperare nella fuga... al terrore ci si abitua. La paura ha un'unica rappresentazione da mettere in piedi, dietro al sipario di sangue nel quale nasciamo, ed è quella che promette un'uscita difficile da trovare, ma la cui presenza è indispensabile a che lo spettacolo continui, nello spavento di non riuscire a trovare il tempo di liberarsene. Ciao e... infelice scrittura ;)

» postato da vajmax alle 10:07 del 30-09-2009

20 Se dunque la vita è orrore, quando morirò venite a guardare il mio sorriso. :D

» postato da Sergio Donato alle 22:16 del 01-10-2009

21 Non frainterdermi, nella vita l'orrore è contenuto come possibilità, non come ineluttabile necessità. Spesso l'orrore è celato dai cuscini del divano messo davanti a una telenovela di ottomila puntate, o nella consapevolezza di un bimbo che sa di non poter piangere perché la mamma è isterica. Tanti sono i motivi per i quali il vivere accompagna sul davanzale di una finestra, al quarto piano di una casa, e non conta necessariamente che sia un condominio popolare o una villetta lussuosa. Non siamo forse costretti a camminare, se non vogliamo vedere le nostra osse biancheggiare nella magnificenza di un'osteoporosi che ha demolito uno scheletro in menopausa precoce? Chi è morto non ride mai, perché sa che la morte è un nuovo tuffo fatto in un'altra e diversa piscina, senza poter sapere in anticipo a che livello sta l'acqua dentro e né se è davvero una piscina e non una cloaca. ;)

» postato da vajmax alle 13:41 del 02-10-2009

22 Allora sono morto. Gli smile non contano.

» postato da Sergio Donato alle 19:36 del 02-10-2009

23 « Chi è morto non ride mai, perché sa che la morte è un nuovo tuffo fatto in un'altra e diversa piscina, senza poter sapere in anticipo a che livello sta l'acqua dentro e né se è davvero una piscina e non una cloaca. ;)» Fortunato chi ha questa consapevolezza come certezza. Quando sei miscredente e scettico, anche il pericolo di ritrovarti nella cloaca è una idea accettabile di paradiso... se solo ci credessi ;)

» postato da vinxblack alle 23:40 del 02-10-2009

24 Sbagli ad attribuire al "credere" un valore diverso da quello che ha: l'altro lato del "non credere". Credere e non credere non rappresentano il conoscere. Conoscere significa non interpretare, ma vedere attraverso l'intuito spirituale, il quale è consapevolezza non mediata dalla mente che si attua nell'identificazione del soggetto con l'oggetto del conoscere e che è anche, dal punto di vista dell'oggetto conosciuto, assimilazione del soggetto conoscente. Il vero conoscere non è culturale né frutto di erudizione, ma è la conseguenza di un'apertura interiore che mette nelle condizioni di comunicare col proprio centro interiore che è emanazione universale, la stessa per tutti gli esseri, del Centro assoluto dell'universo e che, nello stesso istante sovra temporale, contiene l'universo come possibilità, e rispetto al quale l'universo è meno di un battito di ciglia. La ciclicità dell'esistenza relativa da quel Centro prende avvio, per realizzare le molteplici e indefinite possibilità che sono comprese in quel Centro, allo scopo di attuare consapevolezza perfetta che a quel Centro iniziale condurrà. Non l'ho prima d'ora detto, ma io sono quasi un maestro di conoscenza galattica (mi mancano solo duecento anni luce per conseguire il diplomino) della costellazione di Aldebaran, in viaggio premio sul vostro pianeta (dico io) e in esilio indeterminato (dicono quelli che mi ci hanno spedito).

» postato da vajmax alle 08:05 del 03-10-2009

25 «Sbagli ad attribuire al "credere" un valore diverso da quello che ha: l'altro lato del "non credere". Credere e non credere non rappresentano il conoscere. Conoscere significa non interpretare, ma vedere attraverso l'intuito spirituale, il quale è consapevolezza non mediata dalla mente che si attua nell'identificazione del soggetto con l'oggetto del conoscere e che è anche, dal punto di vista dell'oggetto conosciuto, assimilazione del soggetto conoscente. Il vero conoscere non è culturale né frutto di erudizione, ma è la conseguenza di un'apertura interiore che mette nelle condizioni di comunicare col proprio centro interiore che è emanazione universale, la stessa per tutti gli esseri, del Centro assoluto dell'universo e che, nello stesso istante sovra temporale, contiene l'universo come possibilità, e rispetto al quale l'universo è meno di un battito di ciglia. La ciclicità dell'esistenza relativa da quel Centro prende avvio, per realizzare le molteplici e indefinite possibilità che sono comprese in quel Centro, allo scopo di attuare consapevolezza perfetta che a quel Centro iniziale condurrà. Non l'ho prima d'ora detto, ma io sono quasi un maestro di conoscenza galattica (mi mancano solo duecento anni luce per conseguire il diplomino) della costellazione di Aldebaran, in viaggio premio sul vostro pianeta (dico io) e in esilio indeterminato (dicono quelli che mi ci hanno spedito).» Tutto giusto, ma io intendevo un'altra cosa: siccome non credo, per me paradiso, inferno, limbo, karma e metempsicosi sono concetti privi di significato e non mi sono di alcuna ispirazione o aiuto nei momenti di sconforto. Diversamente è per i "credenti" non necessariamente in un culto organizzato, mi riferisco alla propensione e l'atteggiamento che comporta questa posizione. Ora, dato che sia io che il credente, siamo destinati, in un termine auspicabilmente lungo, a crepare, la domanda è: in attesa che ciò avvenga, chi dei due se la passa peggio? ;)

» postato da vinxblack alle 17:37 del 03-10-2009

26 Se la passa peggio chi si accontenta di fermare la propria logica dove crede gli convenga. Il risveglio interiore è la condizione della coscienza che è interessata a spingere la logica alle sue estreme conseguenze. Questo sforzo è, con i risultati che ottiene, ciò che misura l'ampiezza dell'orizzonte intellettuale. Resta inteso che finché si rimane sulla superficie l'orizzonte, per quanto vasto, non potrà includere, divenendo totale, anche il suo lato nascosto. Solo chi è nel centro della sfera conoscitiva può avere una visione globale. Il credere è sinonimo di dubbio, allo stesso modo del non credere. Persino Madre Teresa di Calcutta dubitava, e quel dubitare è la ribellione dell'intelletto che, quando è dotato, non si accontenta e vede il paradosso per quello che è: una contraddizione in termini logici. Nella consapevolezza di chi vede nell'immediatezza spirituale non c'è posto per il dubbio, perché la prima verità che si vede sono i principi universali che legiferano tutto l'universo, e non sono principi "morali", i quali sono corrotti dal credere e dall'emozione. Infine non si tratta di stare meglio o peggio, perché la felicità non è il fine dell'esistenza, ma una conseguenza, e nemmeno la più significativa, della centratura armonica di sé. Tutto dalla perfezione originaria, centrale e potenziale, nasce, si sviluppa e ritorna al Centro indiviso che tutto contiene in potenza che si esprime in atto solo perché può. Questa ciclicità è legge universale, come universale è il principio che impone al tutto di muoversi e che non si muove a propria volta. Questo che ho descritto è parte della prima lezione per il conseguimento del patentino di rompicoglioni che sulla costellazione di Aldebaran (posto di saggi) è necessario per condurre non solo la logica rigorosa fin dove può arrivare, ma anche il motorino oltre i cinquanta cc. :mrgreen:

» postato da vajmax alle 18:23 del 03-10-2009

27 Sulla mia patente c'è scritto: sintesi. La conoscenza è l'ignoranza che ha studiato, ha dato gli esami, ha messo il diploma nel cassetto e ogni tanto se lo va a guardare. Nessuno può parlare della morte, perché non si può conoscerla; e il diploma lo si porta sottoterra. Non c'è nemmeno luce per leggere. :D Mi avete fatto venire in mente un mezza idea per un racconto...

» postato da Sergio Donato alle 20:11 del 03-10-2009

28 Tu stai confondendo la conoscenza, che è consapevolezza, con l'erudizione che è frutto di cultura. La consapevolezza nulla ha in comune con la cultura, perché la prima è pura sintesi mentre la seconda è analisi che dividendo si allontana dal centro, disperdendosi nel particolare. La cultura è causa di pregiudizi che ostacolano la conoscenza. Il sapere, come lo intende la tradizione metafisica, è non mediato dalla mente, alla quale è solo riservato il compito di ordinare sequenzialmente la visione interiore dei principi universali per esteriorizzare, corrompendoli, i risultati di quel comporre che deve, necessariamente, tralasciare l'Essenza di quel conoscere che non è relativo e ne costituisce la centralità ineffabile. Con quello appena descritto io ora posso guidare la vespa a idrogeno, ma senza il passeggero. :shock:

» postato da vajmax alle 21:14 del 03-10-2009

29 « Con quello appena descritto io ora posso guidare la vespa a idrogeno, ma senza il passeggero. :shock:» Cacchio! Pur di poter guidare anch'io una meraviglia del genere mi rimetto a studiare :D PS: che patente ci vuole per guidare i calabroni all'olio di semi di girasole? :D

» postato da vinxblack alle 00:05 del 04-10-2009

30 Non saprei, su Aldebaran non ci sono calabroni, ma zecche e avvocati sì. Questi ultimi conseguono la patente per mezzi velocissimi durante l'esame di stato che conferisce loro l'abilitazione alla nobile professione che, quasi sempre, li riduce al grado dei delinquenti che difendono. È per questo che devono imparare a guidare mezzi supersonici, allo scopo di sfuggire alla grinfie del loro autogiudizio che va sempre più veloce della luce. Sui pianeti della Costellazione di Aldebaran, a carnevale, ci vestiamo tutti da avvocati e poi ci divertiamo a condannare, a una morte lenta e tortuosa, gli avvocati veri che sono gli unici a non potersi mascherare perché lo fanno già tutti i giorni della loro, iniqua, tragedia esistenziale. :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:

» postato da vajmax alle 09:14 del 04-10-2009

31 La consapevolezza porta alla conoscenza. La barca della consapevolezza parte dal porto che ha sempre per nome Ignoranza, in qualsiasi città si trovi, sia essa la capitale dell'erudizione: Cultura, o la città dei sensi: Sentimento.

» postato da Sergio Donato alle 10:36 del 04-10-2009

32 L'ignoranza è, invece, attitudine della cultura, quando questa è incapace di sintesi univoca non riuscendo a riunire tutti i dati dei sensi, siano questi quelli fisici che i risultati dell'intuire, sotto principi validi per tutto l'esistente e che derivano dal "Non esistente" che contiene in principio la manifestazione della realtà relativa. La consapevolezza ha bisogno, per essere, dell'azzeramento volontario dei saperi culturali. È per questo che tutti i Profeti sono illetterati. Anche io, per citarne uno a casaccio, nel mio piccolo... ma lasciamo stare che non è il caso di spandere... :roll:

» postato da vajmax alle 11:10 del 04-10-2009

33 «L'ignoranza è, invece, attitudine della cultura» Non sono d'accordo. La base di partenza di tutte le cose è il nulla, a meno che non si reputi che il tutto deriva da ciò che è già consolidato: l'utero per il neonato, la materia per il big bang. Vorrebbe dire che tutto è sempre stato e sempre sarà, dunque la morte è effettivamente solo il punto di un cerchio, non il termine di una linea curva. Devo rifletterci.

» postato da Sergio Donato alle 14:37 del 04-10-2009

34 L'Assoluto non è il nulla. Il nulla, a rigore, è una concezione contraddittoria, perché se il nulla fosse... non sarebbe un nulla. L'Assoluto non è diviso, non ha limiti, non è sottomesso alla durata né all'estensione, e non ci sta nel suo riflesso come ogni contenuto non può contenere il proprio contenitore. Solo la negazione può dire dell'Assoluto, ma la realtà relativa è una negazione rispetto al "Senza limiti", quindi una negazione espressa da un'altra negazione rappresenta la migliore affermazione possibile. L'istante atemporale che, moltiplicandosi nella molteplicità, dà origine all'illusione dello scorrere del tempo, è l'istante che denuncia l'Assoluto. Il punto privo di forma ed estensione che moltiplicandosi nella molteplicità dà i due punti che delimitano la retta che trascinata forma il piano che scorrendo comporrà il solido della tua forma denuncia l'Assoluto. Io, che sono un grande composto da piccoli che mi costringono alle loro leggi... no, ora sto esagerando... sì okkey Padre... no, lo so che non devo dire troppo a questi terrestri... emminchiolina dai, non t'incazzare, lo sai che tanto non mi capiscono... :mrgreen:

» postato da vajmax alle 16:37 del 04-10-2009

35 «Non saprei, su Aldebaran non ci sono calabroni, ma zecche e avvocati sì. Questi ultimi conseguono la patente per mezzi velocissimi durante l'esame di stato che conferisce loro l'abilitazione alla nobile professione che, quasi sempre, li riduce al grado dei delinquenti che difendono. È per questo che devono imparare a guidare mezzi supersonici, allo scopo di sfuggire alla grinfie del loro autogiudizio che va sempre più veloce della luce. Sui pianeti della Costellazione di Aldebaran, a carnevale, ci vestiamo tutti da avvocati e poi ci divertiamo a condannare, a una morte lenta e tortuosa, gli avvocati veri che sono gli unici a non potersi mascherare perché lo fanno già tutti i giorni della loro, iniqua, tragedia esistenziale. :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:» Mamma mia, cose di Altri Mondi!!! :D:D:D

» postato da vinxblack alle 22:44 del 04-10-2009

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