Ci risiamo, purtroppo: come sempre accade, è accaduto e accadrà, l’estate horror rappresenta per i distributori italiani una potenziale miniera d’oro, o meglio trappola acchiappa-gonzi, e per gli amanti del genere l’ennesima sensazione di essere presi in giro, di trovarsi di fronte a una sorta di zuccherino intriso di sedativo somministrato in attesa delle ghiotte, o quantomeno interessanti, proposte della stagione invernale.
Non ci si spiega altrimenti l’uscita di Willard, un film già vecchio – è del 2003, anche se nessun manifesto lo sottolinea, ovviamente – e basato su un pessimo film del 1971 che meritava l’oblio e non un fragoroso remake. Spesso il rifacimento non migliora l’originale e questo è un rarissimo caso in cui si riesce evidentemente a peggiorare l’impeggiorabile: l’evoluzione psicologica del protagonista (non comunque per colpa del volenteroso Crispin Glover), già latitante a dir poco nella versione originale, diventa qui totalmente inesplicabile, più credibile nei topi, comunque, che non negli umani, perché Willard si trasformi da amico dei ratti in loro implacabile persecutore e sterminatore resta un totale mistero.
A completare il tutto, un insopportabile Lee Ermey evidentemente marchiato a vita dal suo personaggio sopra le righe in Full Metal Jacket (dove almeno il suo urlare era giustificato) e l’inutile cameo dell’antico protagonista Bruce Davidson nel ruolo del padre di Willard.
Le pochissime cose sopportabili nell’originale, il sempre apprezzabile Ernest Borgnine e la grandissima caratterista Elsa Lanchester (moglie del mostro sacro Charles Laughton nella vita e soprattutto prima e indimenticabile moglie del mostro di Frankenstein) non ci sono, e si vede.
Assolutamente indigesto, inutile, insopportabile anche per un die hard fan.










