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finché vivrò aspetterò
finché respirerò sarò lì…
e aspetterò ancora te per vedere la luce
sono l'unico che ti ama davvero, tesoro
(“I’ll be waiting”, Lenny Kravitz)
Avete presente quando a volte vi svegliate e non capite dove siete e che giorno è? Se magari è sabato oppure è un giorno di lavoro o di scuola? A me succede anche durante il giorno, ultimamente, a occhi aperti, per strada. Allora mi chiedo dove sono e dove devo andare, cerco di fare mente locale. L’unico punto fermo è che sono il Brujo e che Mela è volata via da me, lontano.
Lontano, via.
A volte il dolore ci fa fare e dire cose che di solito invece no. Alla fine il Natale è arrivato, sta arrivando. Come una ghigliottina. Ogni Natale la stessa storia, Mela se ne va. Da cinque anni. Ogni Natale. E allora perché mi cago così sotto dalla paura che non torni? Forse perché ogni volta è più determinata. E’ tanto convinta che alla fine non so più neanche chi ha ragione. E siccome sono il Brujo non imparo mai a stare zitto. Parlo troppo. Voglio sapere sapere sapere, voglio vedere dentro di lei e poi non reggo la visione, voglio sempre leccare il rasoio, buttarmi nel fuoco (in questo sono bravo, cazzo). L’unica cosa che mi fa star bene è scrivere. Qui imprigiono i demoni con sbarre che formano parole.
Quanti giorni sono passati da quando mi ha lasciato? Quest’ultima frase l’ho cancellata e riscritta non so quante volte. Non riesco a dirlo che mi lasciato. Forse perché se lo dico diventa vero. Quanti giorni? Due settimane, più o meno. Quanto ancora devo aspettare perché ci sia di nuovo speranza che Mela capisca, che a Mela io manchi? Altri 15? Quindi tutto dicembre, 30 giorni di Brujo.

Sono a casa mia. Va bene. C’è il mio cane, Neve. Tutto a posto. Barcollo. Ho la nausea. Forse ho bevuto. No, non mi sembra. Un capogiro pazzesco. E’ meglio che mi siedo. Cosa ho fatto? Che giorno è? Sabato, credo. Sì, è sabato. Ma come sono messo? E’ domenica. Ora sono sicuro, è senza dubbio domenica. Ieri cosa ho fatto? La presentazione del mio libro. E’ andata bene? Sì, tanta gente. Ricostruisco il mosaico. Sono il Brujo. C’era Antonio Tentori con me, lo sceneggiatore che ha lavorato con i più grandi registi del cinema horror italiano. Dario Argento, Lucio Fulci, Sergio Stivaletti e altri. E’ molto simpatico, Antonio, siamo diventati amici. Dopo la presentazione ci siamo fermati in un bar di via Mascarella. Ne sono quasi certo. Allora ho bevuto? No, ho preso un latte macchiato. Lui un caffé al ginseng. Guarda come arrivano i ricordi. In via Mascarella c’era Babbo Natale fuori da un negozio. Era finto. Ho le prove. Va bene, qui ho barato, ci sono arrivato solo perché il nostro editore, il coraggioso e lungimirante Fabio Nardini ci ha fotografato, a me e Tentori e al Babbo Natale. Foto di gruppo. Il pupazzo ha tutta l’aria di stare meglio di me. Ho trovato la foto stamattina nella casella di posta elettronica. Ho il vago sospetto che tutto questo non c’entri nulla sul perché mi ritrovo in questo stato pietoso. C’entra piuttosto con i fiori, mi sa. Ho quest’immagine di un posto pieno di fiori. Un caminetto acceso. Un divano enorme. Una ragazza. Sembra una puntata dei Simpson, succede di tutto e l’inizio non c’entra nulla con la storia. Credevo di stare male come 1, 2, 3, 4, 5 anni fa e invece sto peggio. La fata dei fiori. Lucrezia. Mi ha dato qualcosa. Lucrezia, la fioraia. Gliel’ho chiesto io. Per favore.
— Non posso aiutarti, Brujo, mi dispiace. — dice Lucrezia.
— Qualcosa. Che mi aiuti a sopportare la mancanza di lei.
— No, è meglio di no, credimi. Smettila di gettarti nel fuoco.
Ora è venerdì mattina. In casa della fata. Mi sorride e dice:
— Davvero, Brujo, non è un colpo elfico, questa cosa qui che ti succede non è un “Glamour”, Mela non è una fata e se ti do qualcosa non saprei neanche che effetto ti farebbe. Potrebbe anche farti male.
Insisto. Andrei anche dal dentista pur di distrarmi da questo vuoto che ho dentro, è un vuoto che brucia, ci guardo dentro perché sono il Brujo e tocco sempre con la lingua la gengiva infiammata. Mi uccide un po’ ogni volta che guardo dentro perchè vedo Mela, vedo tutto quello che mi manca di lei, ma è più forte di me, non posso distogliere lo sguardo, anche se è come restare abbracciati a un albero infuocato. Mela non è una fata, infatti, è un angelo. E Lucrezia non ha tempo da perdere con me, deve pulire, dice. E aspetta l’idraulico. E un carico di fiori. E’ bionda come Mela, alte uguali, stesso fisico, ma Lucrezia è più, come dire, “selvaggia”. Lucrezia non è Mela. Punto. Tira fuori da un cassetto una pallina avvolta nella stagnola, la scarta con dita esperte e me la infila in bocca. Non sono neanche riuscito a vedere bene, è scura questa roba, amara.

— Cos’è?
— Mastica e ingoia. E sparisci... — mi ha detto — Ti voglio bene.
E’ domenica. Pensavo che ormai non avrebbe fatto più effetto. E invece BAM! Mi sono svegliato questa mattina così. Angelo pagherebbe per questo viaggio qui. Quasi quasi lo chiamo se trovo il telefono. Ma coooosaaaaaaa mi suuuuucceeeedeeeeeeeeeeeee
Il mio coooorpoooooooooooo
si
A
L
L
U
N
G
A
Queeeestooooo noooooon vaaaaaa taaaantooooo beeeneeeeee
FILM CHE HO VISTO DA QUANDO MELA MI HA LASCIATO
“Io sono leggenda” di Francis Lawrence, con Will Smith
“Ghost Rider” di Mark S. Johnson, con Nicolas Cage ed Eva Mendes
“Evil aliens” di Jake West
“28 settimane dopo” di Juan Carlos Fresnadillo, con Robert Carlyle
“Imago mortis” di Stefano Bessoni
“Planet terror” di Robert Rodriguez, con Bruce Willis
A leggere faccio un po’ più fatica perché non riesco a concentrarmi e spesso rimango a lungo sulla stessa pagina, comunque:
LIBRI CHE HO LETTO DA QUANDO MELA MI HA LASCIATO
“Scheletri” di Stephen King
“Il lercio” di Irvine Welsh
Più il racconto “Rifiuti urbani” di Gianfranco Staltari
Barcollo dentro la mia casa. Neve mi annusa. Mi sembra di dormire eppure sto camminando. Un gesto da niente, l’allungare di un dito da Brujo sul tasto dello stereo è sufficiente a far partire “How high the moon”, una versione live del 1958. Charlie Parker suona, Ella Fitzgerald canta, la gente esulta. E con esultanza anch’io, barcollo fino al bagno.
Fuori dalla finestra un sole malato illumina nuvole tenebrose gonfie di pioggia, come stracci sporchi galleggianti nel cielo, materiale per poeti. Mi ritraggo. Sono nudo, me ne rendo conto solo ora. Sono nudo del tutto, non solo in parte. Dove sono le mani di Mela? Non danzano più per me.
Mi trasferisco in cucina con la sensazione che tutto il mio corpo stia nel frattempo traslocando nel mio fegato. Mi accorgo che ha iniziato a piovere. Sono rimasto solo. Nella mia cucina, con la mia nausea, con questo sapore in bocca, metallico e amaro di lama e di malinconia. Con questo buio che mi cresce dentro, che mi annega il cuore. In questo preciso istante resto freddato dal suono del campanello. Una volta. Due volte. Per chi suona il campanello? Per me che vado ad aprire con lo stesso entusiasmo di un cappone alla vigilia di Natale. Hei, guardatemi, sono un cappone.
E’ Hemingway. O perlomeno il suo fantasma. Gli manca metà faccia per via della fucilata, ma sta bene. Con mezza bocca mi dice:
— C’è un solo problema.
— Quale, Ernest? — gli chiedo.
— Non sapete scrivere... Nessuno di voi.
— Dici davvero?

— Certo. Del resto, come potreste? Non avete mai neanche inventato un cocktail. Non avete mai fatto un incontro da 15 round. Non siete mai entrati da vincitori, in divisa, in una città spagnola, con ragazze dai capelli color mirtillo che si tiravano fuori le tette al vostro passaggio.
In verità ne ho fatti di incontri da 15 round. Lo tocco qua e là, con rispetto, più che altro nella speranza di assorbirne il talento. E’ abbastanza corporeo, ma anche un minimo disgustoso. Comunque è pur sempre Hemingway, un uomo che da vivo si sedeva e scriveva le cose come stavano, farcendole di suono e colore. Un uomo che scriveva così come faceva l’amore, che faceva letteratura con lo stesso spirito con cui piegava la testa indietro per scolarsi del buon liquore. Gli chiedo se posso raccontare della sua visita in una puntata del “Diario del Brujo”, che tanto nessuno ci crederà.
— E perché mai non dovrebbero crederci?
— Non saprei. Forse perché sei morto e tra parentesi mi stai sporcando il tavolo con quella roba che ti esce dalla faccia...
Mi da le spalle. Che uomo, ragazzi. Si volta in direzione dell’uscita dicendo:
— Fai brillare la tua fiamma, Brujo.
— Hasta la vittoria siempre! Ma permettimi un’ultima domanda, Hem.
— Quale?
Sento che Ella Fitzgerald e Charlie Parker hanno riattaccato, da soli, ottimo sottofondo per un’uscita di scena.
Sono il Brujo. Lui è Hemingway. DEVO sapere questa cosa. Così, prima che svanisca, prendo coraggio e gli chiedo:
— E’ vera la storia delle tette?
Fine Prima Stagione
Cast tecnico e artistico:
Dani(m)ela Capriotti
Gianfranco Staltari
Viviana Giovannini
Ketlyn La Galante
Katia La Galante
Salvo Coniglione
Libreria Irnerio
Antonio Tentori
Davide Longoni
Fabio Nardini
Alice Forfori
Dario Viotti
Misskitsch
Acid Man
Neve
L'illustrazione di apertura è di Dario Viotti.
Stefano Fantelli è ossessionato dalla scrittura in ogni sua forma di linguaggio, da quello della narrazione a quello delle canzoni, da quello cinematografico a quello del fumetto. Ha all’attivo più di 100 pubblicazioni apparse su numerose riviste e antologie con diversi editori. “Tante parole” dice. E altre se le è fatte tatuare sul corpo, ma non in punti troppo visibili. “Un libro di carne, una stele umana”. Si è aggiudicato più volte i premi letterari nazionali Navile e Coop For Words e dal 2002 partecipa alla manifestazione letteraria “Bologna Ad Alta Voce”. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Alla fine della notte” (Mobydick, 2003) e "Dark Circus" (Cut-Up, 2008). Il suo e-book “Bambine cattive” (La Tela Nera, 2004) scaricabile dal sito www.latelanera.com ha avuto più di 50.000 download. Al momento si sta allenando per diventare campione del mondo di Chess boxing, disciplina che combina pugilato e scacchi, la vittoria è per scacco matto o knock-out.
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