Delos Network colophon | editore | delos store
XML RSS
HorrorMagazine

Twilight


11. Qualcosa che Dylan Dog non ha mai fatto (Seconda Parte)
di Stefano Fantelli

Una fata vampira vista da Dario Viotti

Loro si avvicinano, sorridenti.
Sono in due, sono belle. Una ha un vestito di lana grigio e stivaletti scamosciati dello stesso colore, calze nere, bionda. L’altra è mora, capelli lunghi, porta jeans a vita bassa e un lupetto nero, stivali di pelle alti da caccia alla volpe.
Entrambe sono fate.
Non è che facciano un odore particolare, non dico questo, ma sono ancora il Brujo e loro hanno tutte quella luce negli occhi, la stessa luce, ognuna di loro. Quel modo che hanno di guardarti, tipico delle fate in esilio, fate vampire che ti attirano nel cerchio, ti fanno ballare, ogni giorno. E tu balli, tu balli finché hai gambe e fiato, le vesti di seta, dici “sì”, esaudisci ogni loro desiderio, tu balli finché non crolli a terra come svuotato. Allora le fate se ne vanno, ti voltano le spalle e ti lasciano lì quasi morto dicendoti che non ti amano abbastanza e che non ti desiderano più. Cioè non è che tu faccia loro schifo, eh, questo ci tengono a chiarirtelo perché in fondo, cazzo, ti vogliono bene. Così le vedi andare via, l’ultima cosa che vedi è il loro culo che si allontana da te per sempre e tu sei così stremato che non hai più la forza di dire niente. E pensi che se riesci a dormire forse ce la farai ad affrontare un altro giorno senza di loro. E poi un altro. E un altro ancora.
— Avete ordinato l’acqua minerale? — fa Angelo tirandosi su i pantaloni.
Le due si guardano per un istante e poi parlano insieme, come i nipoti di Paperino. Dicono:
— Sì.
E poi, ma solo la mora stavolta:
— Sì, grazie.


Dark Circus, il nuovo libro del Brujo

Angelo sgancia la sponda dell’Iveco. Lo schianto fa voltare tutti verso di lui. Mi guardo intorno, è quasi buio e cade una pioggia finissima, che quasi non c’è, non esiste, la vedo sulle teste delle due tipe. Che male allo stomaco, che nausea.
— Tu hai scritto questo?
Chi l’ha detto? La bionda o la mora? Ma sì, dai, è meglio così, arriviamo subito al dunque, inutile stare qui a succhiare olive fredde mentre la città va a fuoco. Angelo ha messo una cassa d’acqua sul carrellino. Ce ne mette sopra un’altra tenendo sempre gli occhi puntati su di me e sulle fate, come in un film di Sergio Leone. Chissà perché in questo momento mi viene in mente la lettera che qualche anno fa ha voluto scrivere Angelo a Sarah Michelle Gellar che interpretava Buffy l’ammazzavampiri nell’omonima serie. Voleva convincerla a unirsi a noi perché aveva letto da qualche parte che la Gellar si allenava sul serio e non usava controfigure. Non ha mai risposto.
— L’hai scritto tu? — dice la bionda.
In mano ha una copia di “Dark Circus”, il mio nuovo libro. Ci siamo.
Non è mica colpa mia se sono così facile da leggere, se le mie cose piacciono a tutti, anche agli idioti e ai pazzi, ai trasportatori di acqua minerale, alle cameriere, alle prostitute, ai clown, alle ballerine di lap dance, ai venditori di software, ai macellai, ai produttori di carta siliconata, alle assistenti sociali, alle supplenti di inglese. Dico:
— Sì… Sì, l’ho scritto io.
Silenzio. Poi la bionda sorride e poi ride e così anche la mora e Angelo anche lui, ma lui ride più forte e dice:
— Ragazze, ecco a voi il Brujo!
Impila la terza cassa e poi avanza verso le ragazze spingendo il carrellino sull’erba umida. Sembra un po’ un sogno, questo. E invece no. Questa è la mia vita, caro Matteo Federici, me la godo tutta fino in fondo, anche se a volte mi sembra di bere del vomito attraverso una cannuccia corta.
La bionda fa un segno ad Angelo e si incammina di nuovo verso la casa. Mi chiedo quanta autonomia possa avere su quegli stivaletti col tacco da dieci che lasciano il segno sulla terra bagnata. Ha passato la copia del mio libro alla mora con i capelli in tempesta.
— Seguimi — dice la bionda — Ti faccio vedere dove puoi lasciarla, per favore…
— Subito. — dice Angelo.
Rimango da solo con la mora che sfoglia “Dark Circus”, ma ormai è troppo buio perché possa riuscire a leggere qualcosa, così lo chiude e mi guarda e poi guarda il capanno. Mi accorgo che lì dentro c’è una luce accesa. Probabile che ci tengano rinchiusi scrittori appesi per le palle, con gnomi che tagliano loro la pancia a strisce sottili. C’è un attimo di imbarazzo in cui forse pensa che me ne freghi un alcunché di lei, mentre sto pensando a Mela, al fatto che le ultime tre parole che le ho detto sono state “datti una mossa”. Mi riferivo al fatto di non aspettare troppo a cercarmi. Ora a pensare che potrebbero essere le ultime tre parole che le ho detto in questa vita mi si gela il sangue nelle vene. Se volessi potrei chiamarla, ma non lo farò. Piuttosto prendo un coltello e mi faccio un taglio nel braccio. La fata si avvicina e me lo tocca. Proprio il braccio su cui pensavo di aprirmi un sorriso rosso con il coltello, me lo tocca e dice:
— Vieni, Brujo… ti faccio vedere una cosa…
La seguo al capanno. Angelo è scomparso dentro la casa e non so se essere preoccupato. In realtà sono contento di questo diversivo. Mi ci voleva. Nel capanno non c’è niente di strano, attrezzi, ruote di biciclette, detersivi, sedie da giardino.


Sarah Michelle Gellar

— Sai. — dice lei — Non è che bisogna sempre scrivere tutto, non è devi raccontare ogni pipì che fa una farfalla.
— Carina, questa, posso scriverla?
La mora sospira. Sento le lasagne che mi vengono su.
— Voglio dire, Brujo, che aver avuto a che fare con un paio di noi non ti autorizza a raccontare tutte quelle cose…
— Capisco.
— No, Brujo… tu non… CAPISCI!
E mentre lo dice si trasforma da fata in vampira. Sul “no” era ancora molto carina, con i capelli un po’ davanti al viso e il sorriso malinconico. Ma quando arriva al “capisci” è già un mostro e per giunta io le sto sul cazzo. Se mi tocca lo stomaco vomito, questo è sicuro. Mi sa che stavolta sono fottuto. Siccome sono il Brujo sento che mi si sta per avventare contro, ma ecco che con un colpo di scena degno di un film di Indiana Jones si affaccia sulla soglia Angelo.
— Heilà, bella gente! Scopare la bionda è stato un po’ come lanciare una salsiccia in un vicolo!
 La fata è spiazzata e io ne approfitto per prendere una sedia da giardino in legno e scaraventargliela sulla schiena. Poi mi viene un attacco di nausea spaventoso. Lei finisce a terra, tutta scomposta. Sembra una scultura, ma se la caverà, le fate sono molto resistenti. Mi appoggio alla parete cercando di fare dei bei respiri. Angelo si gratta la testa e ha sulla faccia quel suo tipico sguardo da “va beh, è andata così”. Non faccio in tempo a chiedermi che fine abbia fatto la bionda che lei appare. In vestaglia, a piedi nudi, tra le mani un fucile da caccia a cui sono state accorciate le canne. Canne mozze puntate su di me. Non è neanche trasformata, è solo stronza. Una stronza arida e incapace di amare. Ho i conati. Angelo scatta verso di lei con un urlo pazzesco.
— IIIIIGGYYY POOOP!!!
Lei spara e colpisce Angelo che si è messo in mezzo. Lo vedo cadere su una vecchia casa di bambole, frantumandola. Vedo il sangue di Angelo che è schizzato sulla parete, ma non capisco dove l’ha ferito.
— Porcalatroia! — dice. Quindi presumo stia abbastanza bene.
Lei lascia cadere il fucile e io le vado incontro, la prendo per le spalle e le vomito in faccia lasagne e succhi gastrici. Mi brucia la gola. lei emette un gemito e lascia che il proprio corpo scivoli piano sul pavimento fino a sdraiarsi del tutto, a faccia in su, con gli occhi chiusi.
— Brujo, maledetto… i carboidrati, no…
Io mi chino su di lei e vado avanti per almeno venti secondi a vomitarle addosso senza interruzione. Un trionfo. E’ di certo qualcosa che Dylan Dog non ha mai fatto. E così abbiamo chiuso anche questa faccenda. Alla fine il viso della fata non si vede neanche più, tutto coperto com’è di vomito caldo e fumante.
Mi sento un po’ meglio. Recupero Angelo che per fortuna è stato colpito solo di striscio a un braccio, glielo fascio con un pezzo della vestaglia della fata bionda. Entrambe respirano ancora, domani staranno bene. Meglio di me che invece penserò a Mela e a tutte le parole che potevo non dirle.
Aiuto Angelo ad alzarsi e torniamo verso l’Iveco. C’è una luce stranissima. Un tramonto da cartolina. Il cielo è insanguinato anche lui, come Angelo. Apro lo sportello del passeggero per Angelo e dico:
— Sali, guido io.
— Non viziarmi, Brujo… finché non mi sparano al cazzo non mi fanno troppo danno.

 
L'illustrazione di apertura è di Dario Viotti.

Stefano Fantelli è ossessionato dalla scrittura in ogni sua forma di linguaggio, da quello della narrazione a quello delle canzoni, da quello cinematografico a quello del fumetto. Ha all’attivo più di 100 pubblicazioni apparse su numerose riviste e antologie con diversi editori. “Tante parole” dice. E altre se le è fatte tatuare sul corpo, ma non in punti troppo visibili. “Un libro di carne, una stele umana”. Si è aggiudicato più volte i premi letterari nazionali Navile e Coop For Words e dal 2002 partecipa alla manifestazione letteraria “Bologna Ad Alta Voce”. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Alla fine della notte” (Mobydick, 2003) e "Dark Circus" (Cut-Up, 2008). Il suo e-book “Bambine cattive” (La Tela Nera, 2004) scaricabile dal sito www.latelanera.com ha avuto più di 50.000 download. Al momento si sta allenando per diventare campione del mondo di Chess boxing, disciplina che combina pugilato e scacchi, la vittoria è per scacco matto o knock-out. 

Data: 6 dicembre 2009

Vota questo articolo

Voti dei lettori

3 voti ricevuti

Il tuo voto

seleziona il voto e clicca


Commenti

Questo articolo non è stato ancora commentato. Vuoi essere il primo?

Commenta questo articolo

Sei già registrato?
Inserisci DelosID e password

Hai dimenticato la password?

Registrati ora!

Non sei registrato?
Inserisci nome, cognome e email

Il commento verrà inserito anche nel forum di questo sito. L'indirizzo email à obbligatorio ma non sarà pubblicato né memorizzato. Commenti anonimi o con nomi falsi saranno cancellati.