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HorrorMagazine

Twilight


3. Siccome sono come Celine riesco a ridere anche mentre mi ammazzano (e Jenny Dentiverdi lo sa)
di Stefano Fantelli

Brujo visto da Dario Viotti

E come sempre arrivo al solito posto
A raccontarle quello che non ho visto
… ho un solo tempo quando il cielo è già scuro
e sono un servo, un saltimbanco, un guerriero
… e le racconto sempre un’altra mia vita
e lei fa finta che non l’abbia inventata
(“Morgana”, Roberto Vecchioni)

 
Eccola la nostra Irlanda, qui tra Monterenzio e Monghidoro. Qui è tutto proprio come in quel poema irlandese del VII secolo, “un bosco eterno, senza difetti, con foglie di sfumature dorate”. Lascio il mio furgoncino Volkswagen sulla strada e scendo verso il fiume. Le costole non mi fanno più male. Ha piovuto da poco e l’aria è fredda. Mela ancora niente, nessun messaggio, nessuna telefonata, scomparsa. Cerco di non pensarci perché tanto lo so che è inutile, che mi faccio solo del male. E’ qui che tutto è iniziato, tra queste quattro case, tra il Forno dei Lelli e la casa dal tetto olandese. Ed è sempre qui che forse un giorno finirà. Quanto vorrei Angelo qui con me ora, ma questa è una cosa che devo fare da solo. Un cartello con su scritto “divieto di passaggio”, un cartello che qualche anno fa non c’era, passo sotto una catena tesa tra due alberi e continuo a scendere lungo il sentiero che porta al fiume. Sono le sette di sera, è settembre, c’è ancora luce, un cane abbaia in lontananza.
Sono il Brujo.
Alzo gli occhi e vedo il vecchio ponte di legno sopra di me. Ancora lì a cigolare, a lanciare sfide. Mi siedo in riva al fiume su un sasso liscio che sembra un enorme uovo, un uovo di dinosauro. L’acqua è verde e scorre pettinando il muschio sui sassi. E’ tutto uguale. Ho cinque anni. Poi ne ho 14, poi 20, poi 37. Tutta una vita a cercare la verità, il Santo Graal, ma qui è sempre tutto uguale, alla fine è sempre qui che vengo quando voglio delle risposte.
Continuo a guardare l’acqua di fronte a me. Si sta facendo più buio ogni minuto che passa. Cerco di distrarmi, di pensare ad altro. Tra poco c’è il Pisa Book Festival. E la presentazione del mio libro a Bologna. E la lavorazione di un cortometraggio tratto dal mio racconto “Morte e 9 euro e 20”. Tutto questo fa bene, ma alla fine torno a pensare a Mela. A lei e alla creatura che sto aspettando. Ancora nulla. Forse non verrà. Forse non c’è più, penso. E invece no, la sua testa comincia a spuntare dall’acqua, vedo i suoi lucidi capelli color verde scuro brillare alla luce della mia torcia elettrica. E poi i suoi occhi smeraldini da ramarro. E la sua voce, calda e roca, che esce da una bocca rossa e carnosa come una ferita aperta. Lei può apparire incantevole o mostruosa, per l’occasione ha scelto una via di mezzo.
Brrrujo…
— Ciao Jenny.

La scrittura è una malattia. Chi vi dice il contrario mente sapendo di mentire. E’ una malattia, ve lo giuro. Ed è stata la malattia di altri prima di me, più grandi di me, una lista lunghissima che va da Villon a Céline e giù fino a Hemingway passando per Buzzati, Poe, Kerouac, Bukowski, Dickens, Burroughs, Fante e tanti altri. Tutti ammalati della stessa romantica pestilenza.
Ma il mio sogno è quello di scrivere per il cinema. Sono sempre stato affascinato dal lavoro di sceneggiatore. Una volta ho conosciuto uno sceneggiatore, viveva in una casa sulla spiaggia con il suo cane. Mi raccontò che quando la sceneggiatura era pronta andava di fronte all’imponente recinzione della casa cinematografica, gettava al di là della rete la sceneggiatura e in cambio qualcuno dall’altra parte gli lanciava una borsa con i soldi. A quel punto salutava e se ne andava con la borsa. Quell’uomo era il mio idolo.
L’uomo che lanciava i soldi, intendo, non lo sceneggiatore.

 — Stai invecchiando, Brrrujo…
— Tu invece sei sempre uguale, sempre bellissima, come quando ero bambino…
… e volevi fare il mago…

Esistono molti spiriti delle acque il cui unico divertimento consiste nell’annegare i bambini o nel divorare i genitali degli uomini mentre nuotano. Jenny Dentiverdi è una di queste creature dai capelli fluenti e i denti affilati che trascinano le loro vittime verso liquide tombe, ma lei, Jenny, sostiene che tutta la faccenda degli annegamenti e dei divoramenti è stata inventata nella notte dei tempi dalle madri per tenere lontani i figli dalle sponde non protette dei fiumi come questo.
— Poi a vent’anni sei torrrnato… e abbiamo fatto l’amore…
Il mondo del “C’era una volta”, del “vissero felici e contenti” non è il vero mondo delle fate. Le fate sono angeli caduti, non abbastanza buoni per il Paradiso e non abbastanza cattivi per l’Inferno. Anche per questo motivo alcune di queste creature, come Jenny disgustate dagli esseri umani, scelgono di vivere per l’eternità a metà strada, nelle “zone del crepuscolo”, nei Regni di mezzo come questo luogo qui o su una rupe ad Arona, sul Lago maggiore, per esempio. Oppure nell’Alien Off Talents, per fare un altro esempio, il night club di proprietà di un uomo chiamato Mangiafuoco. Ma la maggior parte di loro vive tra noi, le incontriamo ogni giorno, per strada, nelle discoteche, nei supermercati.[1]
 


Jenny Dentiverdi

— Tu vuoi che abbia un senso, vero Brrrujo?... Il suicidio di tuo nonno, l’aborrrto di Jean, la malattia di tuo frrratello, l’incidente di Daria… ma (hei!) non c’è un senso, le cose brrrutte capitano e basta… pensi di ottenere rrrisposte da una povera ninfa, quando non le hai avute neanche dagli dei in perrrsona?
Le fate hanno la tendenza a essere dispettose e a volte malvagie. Alcune sono cattive per natura e nessun atteggiamento corretto e nessuna gentilezza o corteggiamento può addolcirle. E sono rese ancora più letali dall’aspetto meraviglioso con cui adescano gli uomini.
Tu sei un errrore, un equivoco, il tuo potere è casuale e scarrrso. Puoi vedere delle cose, Brrrujo, ma sei poco più di uno spettatore, sei un passeggero sul treno che attraverrrsa i mondi… Per gli dei sei come un cane beagle, sei una mosca sul culo di una mucca… puoi diverrrtirrrrli per un po’, gli dei, ma puoi anche annoiarli l’istante dopo…
— Lo so. Questo lo so.
Non so che dire, davvero. E comunque non ho voglia di parlare. All’improvviso ho come una specie di sbronza triste anche se non ho bevuto. Ci vorrebbe Angelo a fare da contrappunto alla mia malinconia, a dire cose del tipo “queste scarpe di vitello sono comodissime, sono così comode che devono essere fatte col fegato del vitello”.
— Vuoi fare l’amore con me, Brrrujo? Posso essere Mela, se vuoi, non noteresti la differenza… posso illuderrrti…
— No, grazie… Ora devo andare, si sta facendo tardi…
Mi alzo. Non sono sicuro, ma credo che stia sorridendo. La saluto con un gesto della mano, mi volto. Mentre risalgo verso la strada tiro fuori il cellulare dalla tasca, lo schermo si illumina.
Nessun messaggio.
La voce di Jenny mi arriva come una sassata nella schiena.
— Ah, Brrrujo?
— Cosa?
Mi volto di nuovo verso quella che sospetto essere la testa di Jenny che è ormai solo una macchia appena più scura dentro al fiume, indistinguibile dai sassi che sporgono dall’acqua. La sua voce ora è come una corda lanciata nel buio, ma siccome sono il Brujo riesco a prenderla al volo.
— Tornerà.
Questa cosa mi fa venire la pelle d’oca, “tornerà”, rimango lì in silenzio a riflettere su quella parola, “tornerà”, ho un milione di pensieri al riguardo, dischiudo le labbra, “tornerà”, ma Jenny precede ogni mia possibile domanda.
Mela. — dice ancora — Frrra poco torrrna.
Alla fine non dico niente, mi giro e comincio a risalire verso la strada con le orecchie tese. Un rumore di acqua che si muove. E poi un suono che penso forse sia un’altra parola di Jenny che non sono riuscito ad afferrare, non questa volta, magari la sua risata, ma poi mi rendo conto che a ridere è solo il vecchio ponte di legno solleticato da questa brezza leggera.
Mi sento come fossi in trincea sul fronte occidentale durante la seconda guerra mondiale e avessi appena ricevuto inaspettatamente doppia razione di salsiccia e fagioli. Mastico un “grazie” tra i denti, un qualcosa che nessuno può sentire, me ne rendo conto e allora mi fermo un attimo e lo dico più forte.
— Grazie, Jenny.

[1] Vedi “Confessioni di un uomo abbastanza pazzo da fidanzarsi con una fata” in “Alla fine della notte” (Mobydick, 2003)

Il disegno di apertura è di Dario Viotti.

Stefano Fantelli è ossessionato dalla scrittura in ogni sua forma di linguaggio, da quello della narrazione a quello delle canzoni, da quello cinematografico a quello del fumetto. Ha all’attivo più di 100 pubblicazioni apparse su numerose riviste e antologie con diversi editori. “Tante parole” dice. E altre se le è fatte tatuare sul corpo, ma non in punti troppo visibili. “Un libro di carne, una stele umana”. Si è aggiudicato più volte i premi letterari nazionali Navile e Coop For Words e dal 2002 partecipa alla manifestazione letteraria “Bologna Ad Alta Voce”. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Alla fine della notte” (Mobydick, 2003) e "Dark Circus" (Cut-Up, 2008). Il suo e-book “Bambine cattive” (La Tela Nera, 2004) scaricabile dal sito www.latelanera.com ha avuto più di 50.000 download. Al momento si sta allenando per diventare campione del mondo di Chess boxing, disciplina che combina pugilato e scacchi, la vittoria è per scacco matto o knock-out.

Data: 11 ottobre 2009

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